Facciamo quello che vogliamo. Potrebbe essere questo lo slogan delle ong che solcano il Mediterraneo. Non importa la giurisdizione delle acque, le organizzazioni non governative sentono la loro missione baciata dal divino che rende la loro stessa opera divina e quindi al di là delle leggi. Anzi la legge, paiono dire a ogni miglia nautica percorsa, sono loro. Eppure, le difese iniziano a prendere forma - anche se non è sempre così basta vedere la condanna che il Tribunale civile di Ragusa ha inferto, alcune settimane fa, al ministero dell’Interno obbligandolo a risarcire l’ong tedesca Sea Eye 5 con 2.518 euro- per ristabilire i principi giuridici.
Veniamo a ieri. Per la nave veloce di Sea Watch, sempre loro, Aurora è scattato il fermo amministrativo. E l’ong teutonica rischia una multa tra i 2mila e i 10mila euro. La durata del fermo? Deve ancora essere quantificato, il tutto compresa l’entità della sanzione verrà comunicato nei prossimi giorni. E proprio mentre la notizia prendeva forma a Palazzo Chigi è stata indetta una riunione dedicata all’esame dei provvedimenti in materia di sicurezza e immigrazione. Al tavolo hanno preso parte i sottosegretari alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, la Ragioneria generale dello Stato Daria Perrotta e Gaetano Caputi, il capo di Gabinetto del presidente Giorgia Meloni.
Riavvolgiamo il nastro tornando al 4 aprile. L’Aurora parte verso la piattaforma Didon dove un gruppo di immigrati ha lanciato un sos. La banchina, occhi aperti, si trova a 75 chilometri, 40 miglia nautiche, dalle coste della Tunisia. Per essere precisi siamo nel mezzo delle acque territoriali della Nazione nordafricana. Non in Europa. Indovinate, quindi, a chi spettavano le operazioni di recupero? Certo alla Tunisia. Ma tutto tace. Quindi ecco la Sea Watch. Immediatamente parte la trattativa con le autorità italiane. Il primo messaggio datato 3 aprile. «L’Aurora è partita da Lampedusa verso la piattaforma abbandonata Didon, dove Alarm Phone riferisce che 44 persone si sono rifugiate da giorni, bloccate con scarsità di cibo e acqua poiché nessun governo ha risposto alla loro richiesta di aiuto», le lancette segnano le 12.16. Passano sette ore e arriva un nuovo segnale. «Sono in salvo», scrivono dalla Sea Watch. Le persone «si erano rifugiate sulla piattaforma Didon cinque giorni fa, abbandonate dalle autorità europee, sono ora a bordo della nostra nave, l’Aurora, in navigazione verso nord».
Come? Autorità europee? Ma quando mai. Come abbiamo scritto alcune righe fa quelle sono acque africane. Però la grande narrazione deve essere quella dalla sempiterna colpa europea. Capito come? Il peccato è dell’Europa e per questo il peso deve gravare sui nostri governi, ancor meglio sulle nostre coscienze. Alle ore 21.37 un nuovo avviso. «Le autorità italiane», affermano, «hanno designato Porto Empedocle come porto di sbarco, nonostante non ci sia carburante a sufficienza per raggiungerlo. Sollecitiamo affinché venga permesso» agli immigrati messi in salvo «di sbarcare a Lampedusa». Novelli Penelope fanno e disfano la tela immigrazionista. Così il 4 approdano, la mattina presto, a Lampedusa. Torniamo alle ultime ore. Giulia Messmer, portavoce di Sea Watch, con la solita litania vuole cogliere lo Stato italiano in fallo. «Mentre centinaia di persone annegano nel Mediterraneo l’Italia blocca le navi che potrebbero salvarle». Perché «44 persone sono rimaste bloccate su una piattaforma petrolifera per cinque giorni e nessuno Stato europeo è intervenuto in loro aiuto. Chiunque criminalizzi il salvataggio sceglie consapevolmente la morte al posto della vita umana». Salvifici, peccato che come vi raccontavamo la banchina Didon è e resta in acque africane. Invocano, infine, la magistratura tricolore perché «i tribunali italiani hanno ripetutamente sottolineato il ruolo salvavita della ricerca e del soccorso civile e hanno chiarito che la cosiddetta Guardia costiera libica e il Centro di coordinamento del soccorso marittimo libico non sono soggetti di soccorso legittimi e che l’esecuzione delle loro istituzioni viola il diritto internazionale». Mentre scorre la stessa melodia tornano alla memoria le parole profetiche di Gheddafi, raccolte da Fausto Biloslavo (l’ultimo europeo a intervistarlo), che aveva annunciato che se fosse caduto, cosa poi avvenuta nel 2011, sarebbero arrivati milioni di africani in Europa, passando dall’Italia. (Pre)Detto, successo.