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Garlasco, "no alla revisione": perché la famiglia Poggi vuole Alberto Stasi in carcere

di Simona Pletto martedì 12 maggio 2026

4' di lettura

Le battaglie legali legate al delitto di Garlasco pare non finiscano mai. Ma stavoltalo scontro non si combatte soltanto nelle aule giudiziarie: passa per consulenze tecniche, dichiarazioni al vetriolo e accuse reciproche tra avvocati. Da una parte la difesa di Alberto Stasi, che parla di una condanna - quella a 16 anni come autore dell’omicidio di Chiara Poggi - «disintegrata» dalle nuove indagini. Dall’altra quella della famiglia Poggi, convinta invece che la Procura di Pavia stia tentando di riscrivere una sentenza definitiva senza avere davvero gli elementi per farlo. A riaccendere il conflitto sono gli sviluppi dell’inchiesta aperta dalla Procura di Pavia nei confronti di Andrea Sempio, oggi accusato di essere l’unico autore dell’omicidio del 13 agosto 2007. Una ricostruzione che, se dovesse consolidarsi, aprirebbe inevitabilmente la strada a un possibile giudizio di revisione per Alberto Stasi, condannato in via definitiva a sedici annidi carcere come autore del delitto. I legali di Stasi, Antonio De Rensis e Giada Bocellari, sostengono che le nuove indagini abbiano fatto emergere «una serie lunghissima di elementi di prova» incompatibili con la colpevolezza dell’ex fidanzato di Chiara.

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Sul fronte opposto, Gian Luigi Tizzoni, storico avvocato della famiglia Poggi, respinge con decisione questa lettura: «Non vedo elementi che possano sconfessare la sentenza passata in giudicato», attacca il legale, accusando i magistrati pavesi di avere «bypassato i punti centrali della condanna». Nel mirino finiscono soprattutto alcuni passaggi della nuova ricostruzione investigativa: la cosiddetta “camminata” di Stasi, liquidata secondo Tizzoni in poche righe; la bicicletta nera vista vicino alla casa dei Poggi la mattina del delitto; le nuove consulenze tecniche, ritenute insufficienti per demolire un impianto accusatorio confermato in Cassazione. La tensione è cresciuta dopo la diffusione di nuove consulenze commissionate proprio dai familiari della vittima. Secondo tali accertamenti, l’aggressione potrebbe essere iniziata in cucina e non all’ingresso della villetta. Inoltre Chiara Poggi, la sera prima del delitto, potrebbe avere trovato file pornografici sul computer di Stasi. Una pista che la difesa dell’ex bocconiano liquida come «ricostruzione mediatica» senza riscontri processuali.

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Il livello dello scontro tra legali è ormai altissimo. Tizzoni parla di «accanimento» per arrivare alla revisione e critica i «continui contatti» tra Antonio De Rensis e gli investigatori pavesi, ritenuti dalla famiglia Poggi una pressione costante sull’inchiesta. De Rensis e Bocellari replicano rivendicando il lavoro svolto negli ultimi anni e sostengono – come detto- che le nuove indagini abbiano disintegrato la sentenza del 2015. Lo scontro tra i due fronti arriva nel momento più delicato della nuova inchiesta. La Procura di Pavia ha infatti chiuso le indagini preliminari nei confronti di Andrea Sempio e, trascorsi i venti giorni previsti per eventuali memorie difensive o richieste di interrogatorio, potrà chiedere il rinvio a giudizio. È in questa fase che il procedimento entrerà in una nuova dimensione processuale: da una parte il possibile processo a Sempio, dall’altra la partita sulla revisione della condanna di Stasi.

La revisione non può essere richiesta dalla Procura di Pavia, ma dalla Procura generale di Milano oppure dalla difesa di Stasi. La procuratrice generale Francesca Nanni ha confermato di avere ricevuto dagli inquirenti pavesi una memoria di circa cento pagine. «Stiamo cominciando a studiare e analizzare. È una questione delicata, complicata, difficile», ha spiegato, chiarendo che prima di qualsiasi decisione potrebbero essere acquisiti altri atti e consulenze. E a chi le chiede se la decisione sarà presa in tempi rapidi, Nanni replica: «Le cose vanno fatte in un certo modo». L’ipotesi resta comunque eccezionale: sarebbe la stessa Procura generale del distretto in cui è stata pronunciata la condanna definitiva a valutare un possibile errore giudiziario. L’eventuale richiesta verrebbe esaminata dalla Corte d’Appello di Brescia, prima in sede di ammissibilità e poi, se accolta, nel merito.

Per arrivare alla revisione sarà necessario dimostrare che le nuove prove emerse sull’inchiesta Sempio sono incompatibili con la condanna definitiva di Stasi. Un passaggio delicato, perché la sentenza del 2015 si fondava su sette elementi definiti dalla Cassazione «gravi, precisi e concordanti», dall’impronta sul dispenser del sapone a quella sulla bicicletta (quest’ultimo elemento, però, è stato messo in forte discussione da un’altra recente perizia). Restano inoltre sul tavolo altri aspetti che negli anni hanno avuto un peso decisivo nelle sentenze: la ricostruzione dell’orario della morte (che adesso è stato rimodulato), il racconto di Stasi dopo il ritrovamento del corpo e il capitolo della biciclette vista vicino alla villetta di via Pascoli la mattina del delitto. Sul piano giudiziario, i prossimi passaggi sono già scanditi. Dopo i venti giorni concessi ad Andrea Sempio per depositare eventuali memorie difensive o chiedere di essere interrogato, la Procura di Pavia potrà infine formulare la richiesta di rinvio a giudizio. Soltanto dopo un’eventuale richiesta di revisione davanti alla Corte d’Appello di Brescia si aprirebbe poi la fase sull’ammissibilità delle nuove prove. Contestualmente, la difesa Stasi potrebbe anche chiedere la sospensione della pena. Un’eventuale scarcerazione dell’ex bocconiano dipenderebbe però dal via libera dei giudici bresciani alla revisione del processo.

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