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Garlasco, "bisogna archiviare Andrea Sempio": il pizzino che sgretola la magistratura

di Micaela Fanelli venerdì 15 maggio 2026

3' di lettura

Un foglio spillato a una bozza di richiesta di archiviazione. Una decina di righe scritte a penna, annotate a margine senza firma né data, e un fascicolo “permanente” custodito in un reparto che non aveva alcuna delega investigativa sull’inchiesta. Sono tante le falle delle indagini sull’omicidio di Garlasco, emerse una dopo l’altra, mentre la procura di Pavia prova a ricostruire cosa accadde davvero nella prima inchiesta aperta su Andrea Sempio tra il 2016 e il 2017 e poi chiusa con l’archiviazione del trentottenne che oggi è di nuovo indagato con l’accusa di aver ucciso da solo Chiara Poggi.

IL RITROVAMENTO
Gli appunti sono stati trovati lo scorso ottobre all’interno di un fascicolo (aperto il 25 marzo 2017 quindi due giorni dopo l’archiviazione disposta dal giudice per le indagini preliminari), del Nucleo informativo dei carabinieri di Pavia, reparto che però - sottolineano gli investigatori - non aveva alcun titolo per gestire atti relativi a quell’indagine. All’interno c’erano il decreto finale, una bozza della richiesta di archiviazione con annotazioni manoscritte e un foglio spillato alla prima pagina contenente correzioni e integrazioni poi finite, quasi totalmente, nel testo definitivo depositato dai magistrati che all’epoca avevano in mano i fascicoli, Giulia Pezzino e Mario Venditti.

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Nell’appunto si legge che «il presente procedimento» - ossia quello di dieci anni fa- «trae origine da un esposto a firma» della madre di Alberto Stasi, Elisabetta Ligabò, arrivato il 20 dicembre 2016 «alla Procura generale presso la Corte d’Appello di Milano e da questa trasmesso per competenza territoriale a questa Procura», cioè a quella di Pavia. «In tale esposto - si legge - alla luce di talune investigazioni difensive affidate ad una società privata venivano segnalati indizi di colpevolezza per l’omicidio di Chiara Poggi a carico di soggetto diverso» da Alberto Stasi «nella specie in Andrea Sempio». Il testo scritto a penna e finito poi, almeno in parte, nella richiesta di archiviazione definitiva del 2017, pur contenendo anche un errore - Stasi viene indicato come “Andrea” - è ritenuto dagli investigatori sospetto tanto che gli atti sono stati trasmessi, il 22 ottobre scorso, alla procura di Brescia per identificarne l’autore materiale. Documenti che saranno allegati al fascicolo aperto dai magistrati bresciani che indagano per corruzione in atti giudiziari il padre di Sempio e l’ex procuratore Venditti.

E sempre riguardo all’archiviazione del 2017 di Sempio, c’è anche la testimonianza della pm di Pavia Giulia Pezzino tra le carte dell’inchiesta. Quando le viene chiesto del perché non fossero state prorogate le intercettazioni e cosa era emerso replica: «All’epoca mi avevano detto che non era emerso nulla di rilevante. Non avevo idea che tale lavoro fosse stato trascurato, per me era centrale. Ho appreso della difformità delle trascrizioni di oggi e di quelle dell’epoca e non me lo spiego».

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TASSELLI
Nuovi tasselli che si legano al mosaico investigativo sul cosiddetto “sistema Pavia”, dopo la scoperta che ha riguardato Maurizio Pappalardo. Secondo quanto emerso infatti, il 24 dicembre 2016, appena un giorno dopo l’apertura della prima inchiesta sul 38enne, l’allora comandante del Nucleo informativo pavese - recentemente condannato in primo grado per corruzione e stalking nel processo “Clean 2” - avrebbe fotografato alcuni atti dell’indagine direttamente dall’ufficio dell’allora procuratore aggiunto Venditti. La ricostruzione contenuta negli atti sostiene che Pappalardo sarebbe arrivato in procura dopo «insistenti messaggi» ricevuti da Antonio Scoppetta, maresciallo dei carabinieri in servizio a Pavia, anche lui condannato nell’ambito dello stesso filone. Quelle foto, però, non sono state trovate al Nucleo informativo, dove invece gli investigatori hanno trovato, appunto, il fascicolo “parallelo” su Sempio e, con esso, gli appunti manoscritti.

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NEGAZIONE
Dal canto suo, l’ex comandante, ascoltato per quasi ottanta minuti il 2 febbraio scorso da carabinieri e finanzieri in via Moscova a Milano, nega persino di aver mai sentito parlare dell’indagato, nonostante il caos mediatico dell’inchiesta bis. «Non era certamente prassi», entrare nell’ufficio del procuratore capo Venditti, «prendo atto della presenza di quelle foto ma non ricordo proprio i fatti.

Sicuramente non mi sono preso il fascicolo di mia iniziativa», è la sola spiegazione che riesce a dare. Intanto, per gli investigatori la nuova inchiesta continua a prendere forma in una ricostruzione che porta sempre più lontano da Alberto Stasi, l’unico condannato in via definitiva a 16 anni - ormai 11 anni fa - per l’omicidio di Chiara e ancora detenuto nel carcere di Bollate in regime di semilibertà.

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