In un'intervista rilasciata a Fanpage nel marzo di quest'anno, Andrea Sempio diceva: "Per alcune persone ormai Garlasco è come una soap opera". Come dargli torto. Tutti ne parlano, tutti esprimono con convinzione la propria opinione, ergendosi a investigatori e inquirenti.
Se da una parte questo può essere un bene, visto che l'attenzione sul caso rimane alta e si dà voce ai familiari; dall'altra, il lutto viene spettacolarizzato e le indagini diventano, appunto, uno show. La questione è oggetto di analisi sul Corriere della Sera di oggi, 15 maggio, nella rubrica "A fil di rete" di Aldo Grasso.
Il critico televisivo pone l'attenzione sul programma Chi l'ha visto che, da quando è condotto da Federica Sciarelli, arrivata nel 2004, ha subito, secondo Grasso, una netta trasformazione. "La scomparsa - si legge sul Corriere - smette di essere il fine del programma e diventa spesso l'innesco narrativo di altre situazioni noir: omcidi, cold case, misteri italiani, errori giudiziari".
Il coinvolgimento degli spettatori - che avviene attraverso forum, social e community in fissa con la cronaca nera - è diventato un aspetto centrale del programma aiutando ad accrescerne progressivamente la popolarità. Ecco che allora il pubblico diventa "una sorta di investigatore diffuso" e "una rete di sorveglianza nazionale", dice Grasso. Una condizione che, al giorno d'oggi, viene pesantemente amplificata dai podcast true crime, sempre più numerosi.
Un mix tra informazione e intrattenimento che, come nel caso di Garlasco, può trasformarsi in bombardamento mediatico, sovraccarico di notizie e in una perdita totale dell'empatia.