Avrà l’obbligo di una dimora fissa (probabilmente quell’appartamento che ha preso in affitto vicino ai suoi zii nel Milanese, a una quindicina di minuti dalla Madonnina) e dovrà comunicare in anticipo ogni cambio di residenza o di domicilio. Non potrà lasciare l’Italia, per la verità non potrà nemmeno uscire dalla Lombardia. Avrà l’obbligo di residenza nel Comune nel quale ha scelto di stare: per potersi allontanare, per esempio per una “vacanza” last minute, dovrà ottenere un’autorizzazione scritta del tribunale di sorveglianza e Alberto Stasi non è un uomo libero, però è fuori dal carcere.
Ieri mattina, un po’ a sorpresa (quantomeno per la velocità con cui la misura è diventata operativa dopo la discussione lampo di venerdì pomeriggio) e un po’ alla chetichella (nel senso che ha fatto di tutto, pure legittimamente, per non incrociare curiosi e giornalisti mentre lasciava definitivamente il penitenziario di Bollate), ha salutato il compagno di cella, gli ha regalato un ventilatore e un mini frigo, ha cucinato una pastasciutta (l’ultima) sul fornelletto da campo che aveva a disposizione e ha preso una porta (secondaria) verso il mondo esterno.
Fuori, via, lontano da quella prigione che lo ha ospitato per circa dieci anni: per strada, riservato come sempre, schivo come dall’inizio, senza i riflettori puntati addosso nonostante il capannello che lo stava aspettando all’ingresso principale del penitenziario era folto e in fermento. Tra l’altro, il “biondino” di Garlasco, l’ex fidanzato di Chiara Poggi condannato in via definitiva a sedici annidi galera per il suo omicidio (inciso: l’affidamento in prova ai servizi sociali regolato dall’articolo 47 dell’ordinamento penitenziario non è un fine pena né uno sconto di pena, è semplicemente un modo alternativo per scontare quanto dovuto), nelle ore in cui la magistratura ha deciso per la sua scarcerazione, era già in licenza premio. Sarebbe dovuto rientrare questa sera a Bollate, ha anticipato a ieri mattina solo per prendere qualche effetto personale e salutare gli altri detenuti e i secondini (abbracci, ringraziamenti e anche qualche parola commossa).
«Non tornerà a vivere a Garlasco», commenta l’avvocato Giada Bocellari che lo assiste, «anche se non ha nessuna restrizione per andarci o per muoversi in Lombardia»: il che vuol dire che potrà rivedere mamma Elisabetta ogni volta che vorrà. «È vero che tecnicamente non è un fine pena», conferma la legale, «però sicuramente per lui oggi è un nuovo inizio, per la sua vita futura». Prova ne è il fatto che sembra di essere sempre più vicini alla revisione processuale che lo riguarda: «Verrà presentata quando saremo pronti», taglia corto Bocellari, «è un lavoro lungo e tecnico che richiede una grande attenzione e che deve essere fatto bene. Certamente adesso siamo in grado di lavorare con più serenità e tranquillità dato che Alberto può riprendere sostanzialmente la sua vita».
Per il suo primo giorno fuori da Bollate Stasi sceglie la normalità domestica, in realtà fa ciò che ha fatto quasi tutti i sabati (quando i permessi glielo hanno consentito) va da sua madre, Elisabetta Ligabò, passa del tempo con lei, la incontra, cerca di prendersi un attimo di riposo e di respiro. Assolto due volte per quel delitto del 2007 che resta il più chiacchierato del secolo, poi condannato anche se da sempre lui si professi innocente («È una convinzione che nessuno potrà mai toglierli a prescindere dagli sviluppi» che prenderà la vicenda): l’uscita ieri di Stasi dal carcere «non incide sull’indagine in corso della procura di Pavia», conclude Bocellari, cioè con quell’Andrea Sempio, con lui, con l’altro, il nuovo indagato, il ragazzo di Vigevano che «da due mesi non riceve più neanche lo stipendio», come fa sapere durante il programma Quarto grado il suo avvocato, Liborio Cataliotti, al punto che «sono arrivato a rifiutare un pagamento che in questo momento di difficoltà voleva fare».
Non si sbottona, Cataliotti, sull’argomento: «È una questione extraprocessuale», non c’entra col nuovo filone che è tornato alla ribalta da un anno e mezzo,tra programmi televisivi e paginate infinite sui rotocalchi gialli, quale sia il motivo di questa situazione non viene neanche specificato: ma è un dato anche questo, è un elemento, è la fotografia di una storia drammatica che si trascina da quasi vent’anni e che una fine certa, ancora, pare non avercela.