La criminalità informatica cambia pelle con la velocità della tecnologia. Abbandona le vecchie e-mail piene di errori grammaticali, i principi nigeriani in cerca di eredi e i fantomatici bonifici milionari. Oggi parla un italiano impeccabile, utilizza WhatsApp, conosce i nomi giusti e, soprattutto, sa che il bene più prezioso da rubare non è il denaro. È la fiducia.
L’ultimo bersaglio è Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e una delle figure più autorevoli di Palazzo Chigi. Il suo nome, la sua immagine e perfino il suo ruolo istituzionale sono stati utilizzati per costruire una sofisticata truffa ai danni di imprenditori italiani.
Il meccanismo è tanto semplice quanto inquietante. Arriva un messaggio WhatsApp. Il profilo sembra autentico. L’immagine è quella di Mantovano. Il tono è istituzionale.
Poi la richiesta. Prima un contatto riservato. Successivamente un accordo di riservatezza da sottoscrivere. Infine, in alcuni casi, la richiesta di un contributo economico destinato a presunte iniziative governative. Naturalmente inesistenti. In altri casi il denaro arriva solo dopo. Perché i truffatori puntano prima a ottenere firme, documenti aziendali, dati sensibili o campioni della firma autografa dell’imprenditore. Materiale che diventa la chiave per ingannare dirigenti, dipendenti, banche e clienti, autorizzando bonifici o trasferimenti di denaro apparentemente regolari. Non è improvvisazione. È ingegneria sociale. È il volto più moderno della criminalità organizzata. Che non forza le casseforti. Forza la fiducia.
Palazzo Chigi ha deciso di intervenire pubblicamente con una nota ufficiale, avvertendo imprese e cittadini del nuovo schema utilizzato dagli impostori. Una scelta che racconta anche quanto il fenomeno venga considerato serio. Perché non siamo davanti alla classica truffa online destinata al grande pubblico. Qui il bersaglio sono ad di aziende, imprenditori. Persone abituate a dialogare con istituzioni, ministeri e pubbliche amministrazioni. È proprio questa familiarità che i criminali cercano di trasformare in un’arma.
Del resto non è la prima volta. Solo pochi mesi fa un meccanismo molto simile aveva sfruttato il nome del ministro della Difesa Guido Crosetto, inducendo alcuni imprenditori a credere di partecipare a delicate operazioni istituzionali attraverso richieste economiche presentate come urgenti e riservate. Adesso cambia il protagonista. Non cambia il copione. Si colpisce sempre il prestigio dello Stato. Perché la credibilità delle istituzioni diventa la maschera perfetta dietro cui nascondere il crimine. Mantovano, non appena è venuto a conoscenza dell’utilizzo illecito della propria identità, ha presentato denuncia. Sono già in corso attività investigative e informative per individuare i responsabili. Ma l’impressione è che la sfida sia destinata ad allargarsi.
Perché mentre le aziende investono milioni in firewall, antivirus e ricercati sistemi di sicurezza computerizzati, il punto debole continua a essere l’essere umano. Non viene violato un pc. Viene aggirato e convinto un manager. Non si entra violando una password. Si entra conquistando la fiducia. È la nuova frontiera delle frodi digitali organizzate da professionisti dell’inganno che studiano organigrammi aziendali, gerarchie istituzionali e dinamiche psicologiche prima ancora dei sistemi informatici.
In fondo la tecnologia, da sola, non ha mai truffato nessuno.