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Torino, poliziotto sospeso per gli scontri al derby. Ira dei sindacati: "Segnale pericoloso"

di Tommaso Montesano martedì 7 luglio 2026

3' di lettura

Per i sindacati di polizia, e la difesa del poliziotto, è una vittoria a metà. Perché accanto al rigetto della richiesta della procura di applicare nei confronti dell’agente del V reparto mobile del capoluogo piemontese la misura della custodia cautelare domiciliare per i fatti accaduti il 24 maggio scorso prima del derby della Mole, il gip del tribunale di Torino ha disposto la sospensione dal servizio per dodici mesi. Che significa, per un operatore delle Forze dell’ordine poco più che trentenne, percepire per i prossimi mesi solo il 50% dello stipendio. Lo scorso 4 luglio il capo della procura, Giovanni Bombardieri, aveva diffuso una nota stampa per ufficializzare la richiesta della detenzione domiciliare a seguito del «quadro indiziario grave» nei confronti del poliziotto. Accusato di aver provocato il ferimento del tifoso juventino Marco Basoccu lanciando «in maniera non conforme alla modalità previste» un lacrimogeno. Il poliziotto, indagato per lesioni aggravate, avrebbe maneggiato il dispositivo «incurante delle possibili gravissime conseguenze». Da qui la richiesta degli arresti domiciliari, contestata dai sindacati di categoria come misura «abnorme» vista l’assenza, per i rappresentanti degli uomini in divisa, dei presupposti (inquinamento delle prove, pericolo di fuga e reiterazione del reato).

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LA TESI DEI PM
Il giudice ha dato parzialmente ragione alla difesa respingendo la richiesta della procura, ma disponendo, contestualmente, la sospensione dal lavoro per il poliziotto. A darne notizia, ieri, è stato lo stesso Bombardieri, spiegando che a fronte del «grave quadro indiziario a carico dell’indagato così come risultante dalle indagini svolte», il gip ha ritenuto che le esigenze cautelari fossero comunque soddisfatte dalla misura «meno afflittiva», la sospensione dal servizio. «Siamo parzialmente soddisfatti», dicono gli avvocati dell’agente, Lucietta Gai e Paolo Chicco, «è stata accolta la nostra tesi sull’assenza delle misure cautelari, ma riteniamo che la sospensione per 12 mesi dalle funzioni sia eccessivamente afflittiva pertanto nei prossimi giorni valuteremo se presentare ricorso al tribunale del riesame». Oltretutto, aggiunge Chicco, uno dei due legali, conversando con l’AdnKronos, «la misura interdittiva è una misura che ha la possibilità di essere rivalutata dal tribunale del riesame, dalla corte di Cassazione e può essere rivista in qualsiasi momento. Per applicare una misura cautelare occorrono sufficienti indizi di reità che noi riteniamo non ci siano».

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Per i sindacati di polizia il bicchiere, nonostante il rigetto dei domiciliari, è mezzo vuoto. Per Eugenio Bravo, segretario generale del Siulp di Torino, la sospensione dal servizio «non può non destare forte perplessità». Le esigenze cautelari, infatti, non ci sono: il loro collega era già stato privato dell’arma individuale e assegnato «a mansioni interne e burocratiche, con conseguente esclusione da qualsiasi attività operativa e di ordine pubblico. In tale contesto appare oggettivamente difficile comprendere come possa ritenersi ancora attuale e concreto un rischio di reiterazione, essendo già stati rimossi in via amministrativa tutti i presupposti operativi che avrebbero potuto anche solo astrattamente consentire la ripetizione di condotte analoghe». E poi c’è aspetto tutt’altro che secondario - l’aspetto economico.
Sospendere dal servizio per un anno un poliziotto, ricorda il Siulp, significa ricevere il «solo assegno alimentare», pari a circa il 50% dello stipendio netto, «con un drastico ridimensionamento del reddito familiare». «Per il collega di Torino e per la sua famiglia è una condanna alla povertà, alla faccia della presunzione di inno.

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