Li ha pure conservati con cura, uno per uno, dentro una cartellina: i referti del pronto soccorso, quelle carte firmate dall’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, la prova (diceva lei) messa nero su bianco dei lividi che il suo bambino si portava addosso per colpa di un babbo violento. Con un unico dettaglio che è venuto fuori dopo un’istruttoria e un processo e una senza appena emessa: quelle botte, al piccolo, le aveva provocate lei e non il suo ex marito che era finito, però, accusato di violenza sessuale aggravata e maltrattamenti.
COME È ANDATA
Pistoia, una storia di intrecci e di ripicche, di incomprensioni famigliari e ricatti che è difficile da comprendere, figuriamoci da mandar giù per un padre onesto che prima si è visto scaraventato in un incubo, poi ha pensato di star per perdere tutto e, alla fine, ha visto la luce in fondo al tunnel quando il tribunale fiorentino (pochi giorni fa) ha condannato la sua ex compagna a tre anni e otto mesi di galera per calunnia. Passo indietro. Un matrimonio come tanti. Una coppia, un bimbo, l’amore che per chissà quale ragione (e alle volte nemmeno ce n’è una) svanisce. Lei che, a un certo punto, fa quella denuncia grave, pesante come un macigno: dice che lui l’ha maltrattata, che ha picchiato anche quel frugoletto di suo figlio, che ha allungato le mani quando non doveva. La procura di Firenze prende sul serio la faccenda (ci mancherebbe, la violenza di genere è una questione reale, troppe donne sono ancora lasciate da sole) e inizia a indagare.
S’imbattono, il sostituto procuratore Lorenzo Gestri che coordina il caso e i carabinieri che sono al suo servizio, in una mole di carte prodotte dalla signora, sono allegate alle accuse, si tratta dei documenti medici e delle dimissioni ospedaliere dopo le visite che il bambino ha subìto per i lividi rimediati e, nel caso della supposta violenza sessuale aggravata, anche per i “segni” che il suo corpicino ha ancora in rilievo. Ma iniziano pure a sospettare, il magistrato e gli agenti dell’Arma, che quella sia un’enorme fandonia quando le intercettazioni ambientali delineano scenari un tantinello differenti.
Le prove che si sommano, quel dubbio mano a mano sempre più solido, che di violenza non ce ne sia mai stata, sessuale men che meno e che, anzi, i lividi e i “segni” sul bambino possano essere stati prodotti (semmai) da alcune “manovre” eseguite proprio dalla donna. Sì, però perché? Per la ragione più futile, più triste, più disumana: per poter chiedere (come riporta l’edizione locale del quotidiano La Nazione) un risarcimento. Soldi, maledetti soldi, ancora soldi.
LA PROVVISIONALE
Soldi che adesso c’entrano pure per il verso opposto (ossia perché questa mamma condannata dovrà pagare anche una provvisionale immediatamente esecutiva di 8mila euro all’uomo e 15mila al bimbo, mentre la quantificazione reale del danno sarà disposta da un pronunciamento in sede civile), ma che lasciano a maggior ragione l’amaro in bocca in una vicenda del genere. Lei, la donna, si dice da sempre estranea a ogni addebito: eppure, mesi fa, il giudice per l’udienza preliminare ha disposto nei suoi confronti il rinvio al giudizio, è già stata emessa una misura cautelare per lei, non può avvicinarsi ai luoghi che abitualmente frequenta suo figlio (il quale, ovviamente, le è stato tolto) e, ora, ha la responsabilità genitoriale per almeno sette anni e quattro mesi (il piccolo è stato affidato al padre che, per primo, e ingiustamente, era finito sotto indagine: di fatto, ora, lei non rivedrà il suo bimbo per un bel pezzo). «Abbiamo assistito a un processo durissimo, che ha lasciato segni indelebili sia sul padre che sul bambino», commenta l’avvocato Pamela Bonaiuti del foro di Prato, che è il difensore di parte civile, «ci siamo commossi quando il piccolo è stato restituito al padre».