A Viterbo, sulla facciata di un liceo intitolato al partigiano Mariano Buratti, fucilato dai nazifascisti, riaffiora la vecchia scritta: Casa del Balilla. La storia s’avvita su sé stessa. Interrogazioni, cortei, un professore, discendente del partigiano, promette di provvedere da sé se la burocrazia non cancella la scritta. La Soprintendenza partorisce il capolavoro: la scritta resta, ma «detonalizzata». Sbiadita.
Il genio italiano non risolve mai un problema, lo mette in penombra. Noi faremmo come a Bologna, dove il sindaco di sinistra Merola non s’oppose ai restauri del 2021 che lasciarono il giuramento littorio sulla torre di Maratona. O come Orfini che disse no allo sbianchettamento di “Dux” dall’obelisco del Foro Italico. La pietra non vota, testimonia. Ma c’è di più. Balilla, prima di finire ente del Ventennio e poi biliardino, era Giambattista Perasso, che nel 1746 tirò un sasso ai soldati austriaci e diede il via alla rivolta di Genova.
Un monello contro l’impero: la cosa meno littoria del mondo. Gli hanno messo addosso prima la divisa nera, ora una gomma da cancellare. La nostra proposta è modesta. Tagliate Casa che era regime. Lasciate Balilla, che era un ragazzo con un sasso in mano.