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Le commissioni sulle mascherine? Pronte prima della firma di Arcuri

di Simone Di Meo giovedì 30 luglio 2026

3' di lettura

Il contratto milionario non era ancora stato firmato dal commissario straordinario, eppure le provvigioni per i broker erano lì, già apparecchiate, calcolate al centesimo. Quello che stiamo per raccontare è un caso di preveggenza come tanti se ne incrociano tanti nell’inchiesta della Procura di Roma sulla truffa delle mascherine cinesi. Ma voi credete ai veggenti? I fatti sono stati raccontati in una delle informative agli atti del procedimento, poi archiviato.

Il 30 marzo 2020 Andrea Vincenzo Tommasi, uno dei mediatori dei dispositivi sanitari, manda a Daniela Rossana Guarnieri un file Excel dal nome quasi innocente: «Conteggi Microprodject.xlsx». Dentro, però, c’è già l’intero menù della grande abbuffata: quantità, commissione base, bonus, extra bonus. E soprattutto un totale tondo tondo da un milione e mezzo di euro. Che cosa c’è di strano? Che la commessa arriverà dopo, sette giorni dopo.

IL PROSPETTO

Il prospetto divide l’affare della commessa pubblica in due parti. Sul primo contratto, 20 milioni di mascherine, vengono calcolati 200mila euro di compenso ordinario e 50mila di premio. Totale: 250mila euro. Sul secondo, quello ancora senza firma, compaiono già 100 milioni di FFP2, un milione di commissione base, 250mila euro di bonus e altri 250mila di extra bonus. Totale: 1,5 milioni. Cinquecentomila euro, dunque, non dipendevano dalla tariffa ordinaria, ma da due premi aggiuntivi dei quali gli atti non spiegano con chiarezza condizioni e causale. Tommasi lo scrive senza troppi giri di parole: «Ti ho inviato email con consuntivo. Sì, quindi tu fatturerai il base più un bonus più il secondo bonus», si legge nella mail. «Venti milioni di mascherine: tu infatti fatturerai 250mila euro». Come facevano a essere già sicuri di quanto sarebbe stato smerciato alla struttura commissariale e a quali prezzi?

Il dettaglio che fa saltare sulla sedia è la data. La Guardia di Finanza annota: «Tommasi, già il 30 marzo 2020, farebbe il calcolo delle commissioni relative al secondo contratto per 100 milioni di mascherine che sarà sottoscritto dal Commissario straordinario Arcuri solo in data 6 aprile 2020». Prima i conti. Poi la firma. Non dovrebbe essere l’inverso?

LA FILIERA

La filiera delle mascherine, del resto, era già lanciata. Sunsky aveva stretto l’accordo con Wenzhou Light il 16 marzo. Il 28 era arrivato il prospetto economico. Due giorni dopo, il 30 circolavano già i conteggi. Nei giorni successivi si parlava di bozze, firme e fatture. Alla vigilia dell’affidamento, Tommasi insisteva: «Ricordati la fattura per stasera», scrive alla donna. «Sulle dieci milioni di FFP3 sto trattando con la struttura del Commissario, ma in base al prezzo finale dovresti avere circa mezzo milione». Il meccanismo è quello già ricostruito dalle indagini delle Fiamme Gialle: il fornitore cinese otteneva la commessa, Sunsky maturava il compenso per ogni pezzo venduto e consegnato, mentre una quota poteva essere girata direttamente al finder italiano. Persino la fatturazione poteva saltare un passaggio: Microproducts, con il via libera di Sunsky, poteva chiedere il pagamento direttamente al produttore asiatico velocizzando così i tempi.

Non era la prima volta, d’altronde, che i broker bruciavano le tappe. Con Wenzhou Moon-Ray l’engagement letter era stata firmata il 10 marzo, quindici giorni prima della prima commessa pubblica. Cinque giorni dopo era già in piedi anche l’accordo con Microproducts IT, chiamata a ricevere una quota delle commissioni. Negli allegati, poi, i clienti erano scritti nero su bianco: Presidenza del Consiglio, Protezione civile, Invitalia, Struttura commissariale; anche se solo quest'ultima era operativamente impegnata nelle fasi di approvvigionamento delle mascherine. Il cerchio si chiude il 20 aprile, quando Tommasi inoltra la distinta di un bonifico da 125mila euro partito da Wenzhou Moon-Ray e arrivato a Microproducts. A quel punto non c’erano più soltanto accordi, prospetti e promesse. C’erano i soldi. E c’era la prova che almeno una parte della provvigione poteva viaggiare dalla Cina al mediatore senza fermarsi prima sui conti della società di appoggio. Ma voi ci credete ai veggenti?

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