Tra un attentato farlocco a Sigfrido Ranucci e un sondaggio per lanciare la discesa in campo del conduttore, Valter Lavitola portava avanti i suoi affari in Africa. Lì il faccendiere aveva avviato la sua attività nel settore del carbon credit, ovvero i certificati che consentono alle aziende di emettere anidride carbonica nell’ambiente. Un business nato per caso (o forse no) in cui Lavitola si era fiondato dopo aver conosciuto Benjamin Chimutengo. Ex presidente di banca, esperto nel settore dei servizi finanziari e di intermediazione di crediti di carbonio, negli ultimi 4 anni è stato il più stretto collaboratore di Lavitola nel continente. Prima che - come ha raccontato in un’intervista a Mow Mag - iniziassero a sorgergli seri dubbi sui fondi che l’ex direttore de L’Avanti! trasferiva in Africa.
Per prima la rivista online è riuscita a contattare Chimutengo e la ricostruzione dell’ormai ex braccio destro di Lavitola è inquietante. Una collaborazione nata nel 2022, quando i due si conobbero tramite un analista che collaborava con Ben (così l’ha sempre chiamato Lavitola). In un primo momento, di affari legati alle emissioni non se ne era parlato. Al contrario, Valterino era interessato a investire nei settori della caccia e dei safari in Zimbabwe. E a Ben si era presentato come un uomo facoltoso, vicino ai grandi del mondo: «Mi mostrò immagini di sé insieme al presidente russo Vladimir Putin, credo durante una battuta di caccia. Mi mostrò foto con Xi Jinping e con Berlusconi. Poi mi disse di essere in contatto con il presidente Lula», ha raccontato Chimutengo.
Poi, nel 2023, il colpo di fulmine dopo una conferenza organizzata dallo stesso Chimutengo sul carbon credit. Poco dopo, Lavitola «mi disse di avere investitori interessati al carbonio, citando una società brasiliana, xxx, vicina a Lula». Ancora da chiarire le società e le figure che hanno collaborato con la holding di Lavitola dato che, in questa prima intervista, il magazine ha preferito ometterne i nomi in attesa di verifiche.
Da quel momento cominciò l’oscuro passaggio di denaro che dall’Italia arrivava direttamente in Africa per immettere liquidità nelle società che Lavitola aveva aperto in Sud Africa, Zimbabwe e Camerun. Proprio lì fu la prima missione di Chimutengo che andò «a negoziare un accordo con alcuni interlocutori locali», prima di cedere il passo a Clesio Gomes Tavares, nominato general manager in quel Paese da Lavitola. Le stranezze non tardarono ad arrivare: il collaboratore dell’imprenditore cominciò ad insospettirsi quando, ogni mese, gli venivano girate grosse somme che «su istruzioni di Lavitola, giravo in tre direzioni: in parte in Camerun, in parte in Brasile e in parte sul nostro conto in Sudafrica». La spiegazione dell’ex direttore? «Disse, in sostanza, di avere dei problemi, di essere stato tratto in inganno da altri» e che «se avesse fornito prove, ne avrebbero risentito sia Berlusconi sia Lula». Già, quel Silvio Berlusconi a cui tentò di estorcere denaro; motivo per cui venne condannato a 2 anni e 8 mesi.
Per evitare di incorrere in illeciti, Chimutengo ha spiegato: «Ho segnalato la questione in Sudafrica per possibile riciclaggio e ho fatto congelare i conti», coinvolgendo la polizia sudafricana e dello Zimbabwe. Visti i sospetti delle autorità e dello stesso Ben, pian piano è stato scoperchiato il vaso di Pandora. Dal passato di Lavitola, alla sua impossibilità di operare nel settore del carbon credit a causa delle condanne. Finché «abbiamo iniziato a chiedere prova della provenienza dei fondi, dato che lui aveva dichiarato al governo dello Zimbabwe l’intenzione di investire 20 milioni di dollari». Fu in quel momento che Valterino cominciò a tirarsi indietro.
Neanche a dirlo, la versione fornita da Lavitola è completamente diversa: il faccendiere, parlando con Mow, avrebbe accusato Chimutengo di volergli “scippare” la società a poche migliaia di euro. Morale: si è finiti in tribunale. Ma Chimutengo ha riferito un ultimo dettaglio inquietante. Dopo le prime tensioni con l’imprenditore, «una delle mie auto è stata anche manomessa perché esplodesse, i gas di scarico erano stati fatti confluire nel serbatoio del diesel».