Ci sono notizie che sembrano anticipare il destino di una nazione. Alla scuola “Giulio Cesare” di Mestre sono rimasti tre cognomi italiani. Non è un dettaglio statistico e neppure una curiosità di provincia. È un campanello che suona dentro un edificio dal quale, nel frattempo, stanno scappando quasi tutti, professori e bidelli compresi. Ma sarebbe un errore fermarsi alla contrapposizione, ormai consunta, tra «italiani» e «stranieri». La questione vera è un’altra: che cosa deve essere una scuola italiana quando la maggioranza dei suoi studenti proviene da famiglie che hanno un’altra storia, un’altra lingua e, in alcuni casi, un’altra cultura di riferimento?
È la domanda che, alla fine di luglio aveva posto Ernesto Galli della Loggia, in un editoriale sul Corriere della Sera “Parlare (davvero) di scuola”. Aveva immaginato aule composte per il 70 o l’80% da ragazzi provenienti da famiglie estranee alla cultura italiana, spesso islamiche e fortemente osservanti, domandandosi che cosa sarebbe accaduto quando la storia, la letteratura, i valori civili e perfino le relazioni tra i sessi insegnati dalla scuola fossero entrati in contrasto con il retroterra familiare degli allievi. Poco più di un mese dopo, Mestre ha risposto.
Lo storico italiano ha usato una formula destinata a far discutere: l’Italia dovrebbe diventare una società «multietnica ma non multiculturale». Non un Paese diviso in universi paralleli, ciascuno con le proprie regole, bensì una comunità composta da origini diverse e tuttavia capace di riconoscersi in una lingua, in una memoria storica e nei valori della Costituzione. È precisamente ciò che la politica italiana continua a non voler affrontare. Ci si divide sullo ius soli, sullo ius scholae, sulle moschee e sui menu delle mense. Ma si evita accuratamente la domanda principale: quali italiani vogliamo formare? Perché nella scuola della Repubblica non si apprendono solo grammatica e matematica. È il luogo in cui una società trasmette se stessa.
Integrare chi porta il velo, ha l’obbligo del digiuno durante il Ramadan e non ammette la parità dei sessi è problematico, e dall’altra parte noi non possiamo e non dobbiamo cancellare le nostre tradizioni. Come si possono far convivere realtà così lontane. Più che l’incontro di culture sarebbe uno scontro, a cui gli stessi insegnanti sono totalmente impreparati. Eppure da tale scontro, scrive Della Loggia, dipende in misura significativa l’avvenire dell’Italia. E di conseguenza una società che deve riconoscersi in un retaggio culturale comune e in valori di base individuali e collettivi comuni, quelli indicati nella nostra Costituzion. L’editorialista del Corriere chiedeva che fosse il Parlamento - e una forte e alta discussione politica nella quale ognuno si assume le proprie responsabilità (e non soltanto un ministro) - a stabilire quale indirizzo debba seguire la scuola di fronte a una trasformazione tanto profonda. Servono mediatori culturali, insegnamento intensivo dell’italiano, distribuzione equilibrata degli alunni, sostegno agli insegnanti e regole nazionali chiare. Ma prima ancora serve il coraggio di affermare che la scuola italiana ha il diritto e il dovere di trasmettere la cultura italiana.