Centinaia di prodotti scaduti riposti per mesi sugli scaffali di un supermercato senza essere smaltiti secondo le procedure aziendali. Il motivo? Mantenerli nell'inventario per aumentare le probabilità di raggiungere gli obiettivi di budget. Per questo motivo una donna è stata licenziata dal punto vendita. Ma lei ha presentato ricorso. Cassazione, però, ha confermato la decisione della Corte d'Appello di Venezia: con l’ordinanza n. 25231/2026 gli ermellini hanno respinto la richiesta della responsabile del punto vendita. La dipendente, il 14 aprile 2023, aveva ricevuto la lettera di licenziamento. La donna lavorava in quel punto vendita da ben 27 anni. E da 20 ricopriva il ruolo di gestore di filiale.
Come riporta Open, durante un'ispezione erano stati trovati 340 prodotti scaduti da mesi. E, in alcuni casi, anche da anni dato che non erano stati rimossi secondo le procedure previste. La responsabile, stando a quanto ricostruito durante il processo, aveva infatti violato le procedure di smaltimento "in maniera reiterata e sistematica" e non per una dimenticanza. Parte dei prodotti scaduti, invece di essere smaltiti, erano stati semplicemente spostati in un magazzino e inseriti nell'inventario. Lo scopo? Aumentare le probabilità di raggiungere specifici obiettivi. Il che comportava anche l'ottenimento di alcuni premi per i gestori dei punti vendita.
Dal canto suo, la donna aveva spiegato che in realtà il licenziamento era dovuto alla sua condizione di caregiver di due figli con disabilità grave, per i quali usufruiva dei permessi previsti dalla legge 104. Tale ipotesi, però, era stata esclusa dalla Corte d'Appello rilevando tra l’altro che l’azienda aveva documentato la presenza di numerosi altri dipendenti che, come lei, beneficiavano dei permessi della legge 104, anche in ruoli di responsabilità. Posizione poi confermata anche in Cassazione.