La morte di Liliana Resinovich, trovata senza vita nel gennaio 2022 nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste, resta al centro di un’indagine complessa. Nuovi elementi emersi dalle analisi forensi potrebbero contribuire a chiarire le circostanze del decesso.
Secondo una perizia dattiloscopica disposta dalla giudice per le indagini preliminari di Trieste, quattro tracce individuate sui sacchi neri che avvolgevano il corpo della donna presenterebbero caratteristiche compatibili con il contatto con un tessuto. Il confronto con le impronte sperimentali ottenute da un guanto da lavoro nero, rinvenuto a pochi metri dal cadavere, ha evidenziato lievi corrispondenze morfologiche e dimensionali. In assenza di elementi contrari, i risultati forniscono un supporto di grado moderato all’ipotesi che le tracce siano state prodotte proprio da quel guanto.
L’avvocato Nicodemo Gentile, legale di Sergio Resinovich, fratello di Liliana, considera questi risultati un’ulteriore conferma dell’ipotesi dell’omicidio e chiede che venga individuato il responsabile della morte della donna.
Nei giorni precedenti era stata depositata anche una perizia genetica, che aveva rilevato tracce di DNA maschile su uno dei sacchi neri e sui jeans indossati dalla vittima. Tuttavia, secondo quanto riportato dal quotidiano Il Piccolo, le analisi comparative hanno ricondotto queste tracce a un operatore che aveva maneggiato i reperti il 28 luglio 2023 durante alcuni accertamenti.
Restano invece senza un’identificazione la traccia di DNA maschile trovata sul cordino che teneva unite le chiavi di Liliana e un capello rinvenuto sulla sua maglia. Questi elementi, insieme ai risultati delle altre analisi, continuano ad alimentare gli interrogativi investigativi. Nonostante i nuovi riscontri, sarà necessario approfondire le prove per ricostruire con certezza quanto accaduto e chiarire eventuali responsabilità.