Prima le vetrine sfondate, i negozi saccheggiati, gli scontri con la polizia. Poi arrivano quelli che vogliono metterci il cappello sopra, dare, come si dice, una «direzione politica» alla rabbia esplosa nelle piazze di Milano una settimana fa. L’appuntamento è per le 15 di oggi al Circo Massimo a Roma (sempre che non si cambi all’ultimo istante per sviare le forze dell’ordine) con il Collettivo militant, Settimo movimento, Laboratorio politico Alberone e Organizzazione rivoluzionaria autonoma (Ora). Nomi che evocano le orde barbariche dei black bloc e degli scontri all’ultimo sangue contro le forze dell’ordine e i «fascisti», e sottoscrittori di un manifesto social che porta un titolo pescato dal vocabolario della vecchia autonomia operaia: «Viva la teppa». Una raccolta social di 11 immagini che celebrano i saccheggi milanesi come espropri proletari, e presentano la rivolta francese come un modello da seguire.
Scorrendo le pagine Instagram di questa galassia antagonista si incontra poi un altro invito, pubblicato da Settimo movimento insieme all’account La Tracina. Il documento si intitola Panopticon mediterraneo (il panopticon è il modello di carcere progettato dal filosofo Jeremy Bentham, nel quale un sorvegliante centrale può controllare tutti i detenuti senza essere visto), prende di mira la sorveglianza biometrica e i controlli della polizia, ma soprattutto contiene un’esortazione: «Incappucciarsi e trovare il coraggio di lottare, le motivazioni ci sono». Il passamontagna, simbolo ricorrente nell’iconografia della militanza clandestina degli anni Settanta, torna così nel linguaggio della protesta digitale e, presumibilmente, anche negli scontri di oggi.
PESTAGGI E ASSALTI
Così come tornano le sigle tristemente note alla cronaca giudiziaria. Militant, ad esempio: nasce nel 2003 e attraversa oltre 20 anni di mobilitazioni antagoniste e di inchieste della magistratura. Alcuni suoi aderenti vengono indicati fra gli indagati per i pestaggi e gli assalti contro militanti di destra durante le proteste contro CasaPound nel 2016. Il collettivo compare anche nelle polemiche sulle devastazioni degli Indignados, quando Roma finisce a ferro e fuoco. E lo ritroviamo, sempre nel 2017, nell’organizzazione di Euro-Stop, corteo accompagnato dall’allarme anarchico-insurrezionalista. E ancora durante le proteste per Gaza: barricate, roghi, scontri all’Esquilino, con 200 incappucciati fronteggiati dalla polizia.
Poi c’è il Laboratorio Alberone, tra gli animatori dell’assemblea nazionale della Rete Libere/i di lottare del 18 ottobre, dedicata ai decreti sicurezza, alla difesa legale degli attivisti e all’autodifesa nelle manifestazioni. Una battaglia che ha un solo obiettivo: Matteo Salvini. Il risveglio dei vecchi black bloc ci mette così in guardia sul rischio di internazionalizzazione della protesta. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha paventato il rischio di una «guerra ibrida», di cui, però, non ci sarebbero ancora prove. Di certo nel mondo c’è chi guarda con soddisfazione agli scontri in Europa e conta di ricavarne un dividendo politico.
«ITALIANI, RIBELLATEVI...»
Alexander Dugin, filosofo e ideologo russo vicino al Cremlino e punto di riferimento dell’internazionale sovranista, su X si è augurato un «cambio di regime» in Francia, Germania e Regno Unito perché governi «nelle mani dei globalisti». Ha anche auspicato l’arresto di Macron e si è rivolto al nostro popolo con queste parole: «Italiani, non siate come i francesi. Ribellatevi al mondo moderno. Il grande Evola era un vostro compatriota. E così il grande Dante ghibellino». Qui forse Dugin è stato sviato dalla definizione che Ugo Foscolo diede di Alighieri, «ghibellin fuggiasco», mentre l’autore della «Comedia» è stato un guelfo bianco. Il canale Telegram Rybar, vicino alle forze armate russe e con 1,6 milioni di iscritti, ha diffuso date, numeri e motivazioni delle proteste nei Paesi europei. Per l’Italia, il canale ha spiegato le manifestazioni con «l’alto costo della vita, le spese per il carburante e gli armamenti, la carenza di insegnanti, la cooperazione con Israele». Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, parlando con Zvezda Tv (canale del ministero della Difesa russo), ha definito gli eventi come una «chiara manifestazione della crisi» europea e una «situazione al limite del caos» che si è diffusa dalle città francesi all’Italia.
Il 19 ottobre il talk-show «60 minut» sul primo canale pubblico russo (Rossiya 1) ha dedicato una puntata alle proteste, spiegate con l’aumento del costo del carburante, un rincaro che, secondo i commentatori, va collegato alle scelte dei governi europei in materia di politica energetica e sanzioni alla Russia. Il commentatore politico di Zvezda tv, Dmitry Bunevich, ha affermato che i cittadini europei sono «irritati dagli errori strategici dei loro governi». In Cina la stampa istituzionale, tra cui il Quotidiano del popolo, ha posto l'accento sul costo della vita, sul deterioramento dei servizi pubblici e sul malcontento dei giovani. Il quotidiano Nanfang daily ha individuato nella competizione elettorale e nell'alternanza politica dei fattori di ostacolo alle riforme strutturali. Studiosi come Zhao Junjie (dell’Accademia cinese delle scienze sociali) e altri esperti intervistati dal Global times hanno collegato i disordini alla frammentazione politica e all’indebolimento della capacità di governo in Europa. Sulle piattaforme Weibo e Baidu sono prevalse rappresentazioni sensazionalistiche degli scontri, affiancate da commenti di supporto alle rivendicazioni degli studenti. La narrazione cinese è che la stabilità politica e la prevenzione dei conflitti sociali siano requisiti essenziali per il buon governo. Ovviamente quello di Pechino.
Rispetto a Russia e Cina, l’Iran ha mostrato un coinvolgimento mediatico più limitato. I media di Teheran hanno cercato di strumentalizzare le proteste per le proprie finalità di politica estera, riconducendo le manifestazioni di piazza al sostegno offerto dai Paesi europei alla guerra statunitense nell’antica Persia. In conclusione esistono certamente reti di soggetti privati e ideologicamente affini che soffiano sul fuoco delle proteste, ma non c’è prova che siano governi stranieri a guidarle. Anche se l’Iran ha convocato l’ambasciatore francese.
POLITICI IN CAMPO
Gli analisti di mezzo mondo stanno cercando anche di capire se dietro alle manifestazioni e ai vandalismi possano esserci partiti e movimenti politici nazionali. La comparsa del Movimento 17 ottobre in Italia, con convocazioni settimanali in otto città, canali digitali e recapiti di team legali per l’assistenza ai manifestanti, fa immaginare una buona organizzazione, ma non ancora un coordinamento da parte di centrali politiche degli incidenti.
In Francia la mobilitazione ha visto il coinvolgimento attivo del Movimento dei giovani comunisti (Mjcf), che si è espresso con striscioni contro le «guerre imperialiste» e ha promosso l’istituzione dei Comitati di vigilanza democratica e antifascista. Sul piano politico e istituzionale si segnala la partecipazione diretta di Fabien Roussel (Partito comunista francese) ai cortei, nonché di Louis Boyard, giovane politico francese della sinistra radicale (La France Insoumise) presente con una bandiera palestinese durante i blocchi studenteschi presso l’Università di Paris-Est-Créteil.
Non è passato inosservato l’attivismo del sindaco di Saint-Denis, Bally Bagayoko, ripreso in video mentre faceva da scudo agli studenti di fronte agli interventi di polizia. Hanno aderito alle proteste anche alcune delle principali sigle sindacali francesi (Cgt, Fo, Unsa).
A far da cassa di risonanza ai manifestanti e alle loro gesta è anche l’emittente statunitense indipendente Breakthrough news, finanziata, secondo quanto ricostruito da Fox news, dal multimilionario Neville Roy Singham, imprenditore residente a Shanghai e accusato da più parti di essere un fiancheggiatore del governo cinese. Sostenitore di cause socialiste, è sposato con Jodie Evans, fondatrice del gruppo pacifista Code pink. A ciò si affiancano la copertura offerta dal network sudamericano Telesur e dalla Gioventù comunista greca. In Italia solo Ilaria Salis, tra i politici più conosciuti, si è schierata in modo altrettanto netto con i manifestanti.