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Il Fatto incolpava il governo per gli scontri di piazza ma il fanatico sobillatore lo aveva in casa propria

di Pietro Senaldi domenica 25 ottobre 2026

4' di lettura

Colto con le mani sul Fatto. La “F” maiuscola non è casuale. Youssef Siher, il trentenne pro-Pal, estremista islamico individuato dalla polizia come la mente delle convocazioni in rete delle piazze violente è stato infatti fino all’anno scorso un collaboratore del quotidiano di Marco Travaglio. Cose che capitano; non a tutti, beninteso.

Siher è un intellettuale, un laureato masterizzato, un galoppino dell’Ispi, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. Insomma, sulla carta aveva tutte le pezze per collaborare con il giornale di Travaglio; anzi, forse a livello curriculare era anche uno dei più titolati a farlo.

Certo, forse le cose che l’invasato scriveva, a voler essere schizzinosi, o quantomeno accorti, non erano proprio catalogabili come raffinate analisi geopolitiche. Tra inviti all’Intifada studentesca, difese a spada tratta di Ramy e Fakir, ragionamenti che legittimano la lotta armata come necessità storica, più di un elemento avrebbe dovuto sconsigliare di ospitarlo a una testata che si fa paladina della Costituzione e della legalità. Invece... Difficile non sporcarsi la camicia quando si ha la bava alla bocca.

I PROFESSORI

Il punto è che è anche difficile distinguere e prendere le distanze dalle tesi più folli quando ci si accompagna quotidianamente a esse a braccetto. Solo ieri, poche ore prima del fermo di Youssef, il Fatto apriva il giornale con il titolo “Il D-Day delle rivolte”, espressione che ha il sapore dell’incoraggiamento più che dell’allarme. Il quotidiano spiegava compiaciuto come questo “Movimento 17 ottobre”, del quale il suo ex collaboratore sarebbe la mente, stava per far fare un salto di qualità alla rivolta sul carovita.

Il tutto dopo una settimana nella quale erano stati ospitati articoli che sbeffeggiavano lo Stato, ridicolizzavano il governo per i provvedimenti contro le proteste violente e solidarizzavano con i giovani delinquenti. «La decisione di fermare questi adolescenti pieni di vita con decreti ad generationem testimonia il terrore degli adulti», sdottoreggiava Elisabetta Ambrosi proprio ieri.

Si sa, il pesce puzza dalla testa. La linea per cui la protesta infrangi-vetrine tutto sommato era legittima e dimostrava l’incapacità del governo sui fronti dell’economia e dell’ordine pubblico e che chiunque gridasse al complotto fosse un deficiente, l’ha indicata infatti Marco Travaglio, da subito. «Siccome non sa neppure cosa sia la sicurezza, lo sgoverno continua a sfornare nuovi reati, con il risultato che l’unica sicurezza che ha aumentato è quella del caos», scriveva infatti nel suo editoriale di venerdì il direttore, dando dei «dementi» agli esponenti della maggioranza. Non poteva sapere, il poveretto, che lo Stato diretto da quelli che lui ritiene degli incapaci avrebbe di lì a poco individuato proprio in casa sua il proto-terrorista islamico. «Per fortuna siamo sempre a metà strada tra l’horror e il cinepanettone, tra la tragedia e la farsa», scriveva l’uomo che sgoverna i suoi collaboratori, riferendosi al centrodestra. Potrebbe ritagliare la frase e appenderla sulla sua porta; o pubblicarla ogni giorno sotto la testata del suo giornale.

LO STAGE

Ma poi, diciamocela tutta: perché Travaglio avrebbe dovuto mettere all’indice l’agitatore sociale Siher, che in un rarissimo afflato di garantismo il sito quotidiano qualifica già nel titolo come «presunta» mente del Movimento 17 ottobre? Era un suo ex stagista e non è escluso che qualche cattivo maestro - intendiamoci, non nel senso criminale, bensì quanto a spericolatezza verbale - il proto-terrorista islamico l’abbia incrociato sulle scrivanie del suo apprendistato.

Basta passare in rassegna certi ragionamenti che nella scorsa settimana hanno avuto dignità di stampa. Sempre venerdì, Gianni Barbacetto, che ha in odio l’amministrazione di centrosinistra di Milano al punto dall’aver accarezzato l’idea di candidarsi sindaco, si produceva in uno strano parallelo tra la rivista Vogue, che il 22 settembre scorso ha affittato piazza Duomo, e i violenti che l’hanno devastata una settimana fa.

I PARAGONI

«I giovani si sono ripresi la città, che era stata privatizzata per un giorno e consegnata a bodyguard nerovestiti (ma che, sono fascisti pure i guardaspalle di Anne Wintour? Suvvia; ndr), gongolava il cronista. Ragionamento privo di calcolatrice e di senno: il magazine americano di moda ha scucito ai milanesi due milioni per potere tenere una serata di gala mentre i maranza ne hanno fatto uno di danni nel loro pomeriggio di riconquista metropolitana. Potremmo andare avanti a lungo. Ci limitiamo a due professori che molto spiegano del disagio dei giovani; ma non di quelli poveri, bensì di quelli che frequentano le loro lezioni.

Paolo Ercolani, filosofo, martedì paragonava il governo che varava il decreto sicurezza anti-maranza e gli agenti che avevano preso le botte dai giovani teppisti al generale Fiorenzo Bava Beccaris, che a inizio Novecento cannoneggiò una protesta popolare di gente che non metteva insieme pranzo e cena facendo cento morti. Salvo scoprire ieri che il Movimento 17 ottobre non c’entra con la lotta di classe bensì con lo scontro di civiltà. L’ineffabile professor Tomaso Montanari, il giorno prima, accusava gli apparati nazionali di sicurezza di «calcolata incapacità finalizzata a far lucrare al governo benefici sugli scontri». In tal caso il suo ex collega di testata Youssef sarebbe un utile idiota almeno quanto lui, spot umano di come potrebbe sempre andare peggio di così.

«Ha stato Putin», è il ritornello beffardo con il quale il Fatto sbeffeggia chi avanza ombre russe sulla mobilitazione via social dei giovani violenti. «Ha stato noi», sarebbe un buon titolo con il quale il Fatto potrebbe riassumere il fermo del suo Siher. Ma ci vorrebbe autoironia, e non è proprio la ricetta della casa.

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