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Marco Lombardi, la verità sulle piazze: "Nel caos non sono i disperati ad agitare i più violenti"

di Lorenzo Cafarchio domenica 25 ottobre 2026

3' di lettura

E così non erano solo maranza in cerca del nichilismo, ma anche profili perfettamente inseriti nel dibattito culturale e politico a livello nazionale. La vicenda Youssef Siher, che ha visto il 30enne di origine marocchina essere ritenuto il cervello dietro le pagine social del “Movimento 17 ottobre”, mostra capitoli inediti della guerra cognitiva nella quale ci troviamo.

Per ragionare attorno a questi temi ci siamo confrontati con Marco Lombardi, sociologo e docente all’Università Cattolica di Milano, che guida il gruppo di ricerca ITSTIME (Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies) che si occupa di analisi nell’ambito della sicurezza urbana, del terrorismo, della gestione delle cristi, della formazione e della consulenza. Il tema è caldo, anzi torrido e così non indugiamo oltre.

Professore la notizia colpisce perché il presunto ideologo di M17, Siher, è una figura tranquillamente inserita nel consesso intellettuale italiano. In passato ha fatto uno stage per l’Ispi, ha collaborato con testate giornalistiche e ha un blog...

«Aspettiamo di vedere come vanno le indagini, quali sono i capi di imputazione, prima di tirare le conclusioni. Ma il procedimento ha a capo l’Aisi - Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna, ndr - e loro difficilmente rischiano un abbaglio, sono veramente bravi e hanno sicuramente indicazioni precise per poter dire che è stato lui».

C’è dello stupore nei commentatori...
«Immagino che ci sia perché è una persona normale, ma il conflitto recluta le persone normali e abili, perché è abile, soprattutto nei ruoli di coordinamento. In questo modo è stato colto il momento giusto per far gemmare in Italia le violenze che si stanno verificando nel resto d’Europa. Ma per farlo serve chi ha la capacità di leggere il quadro sistemico nel quale ci troviamo».
Quindi nulla di spontaneo?
«È tutto “spintaneo”, non spontaneo. Dietro c’è stata una spinta che ha fatto cogliere l’attimo e che ha preparato il tutto. Una vera e propria regia, per questo non capisco lo stupore. Qui c’è l’innesco e la strutturazione del conflitto».
Non solo maranza...
«Esatto, qui siamo davanti a chi sfrutta le opportunità che viene data ai maranza di essere l’arma di guerra per mantenere il conflitto permanente e diffuso. Questo è l’obiettivo».
Esiste, nella sua visione, una connivenza tra certi ambienti culturali e queste figure che si affacciano sulla scena sociale e politica italiana? 
«È legittimo discutere delle idee, fino a quando queste sono portate su un piano urbano. Però bisogna avere un pochino in più di consapevolezza, perché il conflitto che stiamo attraversando è totale e quindi nessuno è immune. Il che significa che ci sono infiltrazioni e mimetismo. Lo dice anche la taqiyya (ovvero nella tradizione islamica la liceità di nascondere esteriormente la propria fede pur di favorire l’Islam, ndr)».
Avrà letto la risposta della Feltrinelli all’assalto subito da una loro libreria a Torino, quasi una giustificazione... 
«La giustificazione non è più ammissibile, è proprio quello che intendevo. Tutto quello che è un atto violento, in questo momento, non va ammesso con nessun ma e però. Ci troviamo davanti alla vulnerabilità del nostro intero sistema sociale, quindi questo non può essere accettato. Il distinguo deve essere forte».
Su Miccia mag Siher scrive: «È il socialismo ad aver perso, nella lotta anti-coloniale palestinese e in quella decoloniale dei popoli subalterni, il suo ruolo come matrice rivoluzionaria per la liberazione nazionale e dei popoli oppressi»... 
«Questo genere di commento sta benissimo dietro all’attivazione di movimenti come M17. Noi abbiamo definito questa partecipazione di piazza come una partecipazione de-ideologizzata. In M17 non c’è nessuna presenza riconducibile a quello che è il nostro modo di pensare. Non c’è la volontà di nuovo socialismo, di un nuovo comunismo, di un nuovo fascismo. La critica viene fatta rispetto a qualcosa d’altro, ragione per cui non abbiamo nessuna capacità di intendere questa nuova forma ideologica. E il tutto sta benissimo con quello che succede nell’Africa del nord».
Una fotocopia di quello che accade in Francia...
«Come dicevo prima anche le accademie devo fare più attenzione, perché l’infiltrazione è subdola. L’imitazione e il calore della Francia sono arrivati pure da noi e hanno colto l’occasione giusta per attivarsi. L’uscita di questo personaggio resta un pochino più complicata. Era più semplice pensare alla regia di uno Stato che usa la movimentazione di piazza, ma qui c’è altro. Vediamo come altri attori, ancora non considerati, diventano parte in causa della guerra cognitiva nella quale ci troviamo. Guerra in cui tutti siamo coinvolti».

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terrorismo

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