«Puntura di insetto con flogosi circoscritta», curata però con un semplice antibiotico. È il 26 settembre quando Sabrina Gigliotti, 39 anni, mamma di due bambine, impiegata all’aeroporto di Fiumicino, esce dal pronto soccorso dell’ospedale Grassi di Ostia con quel referto in mano. Sulla coscia destra, già da qualche settimana, si è trovata una strana chiazza che (sospetta ora la famiglia) potrebbe essere il segno lasciato dal morso di un ragno violino. Un mese quasi esatto dopo, il 25 ottobre, Sabrina muore in terapia intensiva al nosocomio San Camillo di Roma.
Nella sua storia, in mezzo a queste due date, ci sono quattro ospedali e una gimcana di prescrizioni, visite e pareri. A ottobre (infatti) la donna va all’ospedale Celio dove un chirurgo la medica ogni due giorni nonostante lei peggiori e accusi dolori alla schiena, alle gambe e uno strano bruciore alla pancia. Il 18 torna al Grassi camminando su delle stampelle: viene dimessa di nuovo per un «dolore lombare» e con l’indicazione di una risonanza da fare. Esame che non riuscità a eseguire in tempo perché tre giorni dopo è su un’ambulanza che la porta prima allo Spallanzani e poi al San Camillo: morirà, Sabrina, a distanza di appena quattro dì.
Adesso è la pm Eleonora Fini che apre un fascicolo per omicidio colposo (contro ignoti) e che ha già disposto l’autopsia sulla salma della giovane madre.
Per capire e (soprattutto) per prevenire. Perché stando alle statistiche ufficiali, a oggi, in Italia, non si sono mai registrati casi letali di morso di ragno violino (in realtà meno dell’1% dei casi evolve nella forma sistemica, quella cioè che aggredisce gli organi), eppure le punture di insetti e altri animaletti non sono così infre quenti.
Secondo l’Istituto superiore di sanità, ogni anno, nel nostro Paese, vengono punte circa cinque milioni di persone. La stragrande maggioranza se la cava con un po’ di prurito, circa il 10% sviluppa sintomi seri e i morti oscillano tra i dieci e i venti, quasi sempre per colpa api, vespe e calabroni.




