E così, passo dopo passo, siamo arrivati alla felpa “incostituzionale”. Non che ci sia da stupirsi, purtroppo, perché la deriva dell’Anpi, sostenuta a spron battuto dalla sinistra più o meno estrema, è diventata tale da aver già ampiamento sconfinato nel ridicolo. La buoncostume partigiana: antifascismo, resistenza e dress code. Succede che durante una seduta del Consiglio di Municipio 6, a Milano, un esponente della Lega, Giovanni Binda, si presenta con una felpa griffata Pivert, prende la parola al microfono per il suo intervento ma viene subito interrotto dalla presidente, Elisa Scarano dei Verdi, che lo rimbrotta perché quel marchio – associato agli ambienti della destra radicale ma i cui prodotti ovviamente vengono liberamente venduti al pubblico – non rispetta «il regolamento» e perché l’Aula «si riconosce nei valori dell’antifascismo».
IRONIA LEGHISTA
Gli chiede addirittura di rimettersi la giacca per coprire quella temibile scritta. Cosa che Binda si rifiuta di fare perché, proprio da regolamento, non esiste alcun bando su nessuna marca di vestiti. «Mi dovevano portare fuori di peso...», spiega lui a Libero. «C’è gente in Consiglio che dopo cinque anni non sa nemmeno la differenza tra mozione e ordine del giorno e che fa errori grammaticali che non si fanno neanche in quinta elementare, ma la sacralità del luogo viene messa in pericolo da una felpa?», ironizza il consigliere leghista.
La sinistra ha pure provato ad attaccarsi al fatto che di lì a poco si sarebbe discusso un ordine del giorno per condannare la famosa aggressione «squadrista» nel parchetto di fronte al liceo Einstein a fine settembre. Quella per cui un ragazzo, era stata la vulgata progressista, aveva rimediato una placca in testa dopo esser stato selvaggiamente picchiato da una dozzina di «fascisti», salvo poi scoprire che non c’era stato alcun intervento chirurgico.
Pd e compagni, tornando al documento del Municipio 6, si sono rifiutati di inserire – come richiesto dalla Lega – anche una condanna alle scritte inneggianti all’omicidio Ramelli e alla tragica fine di Norma Cossetto lasciate lungo la strada dal corteo antifascista organizzato come risposta al pestaggio di cui sopra.
Sul “caso Pivert”, nemmeno a dirlo, si è tuffata l’Anpi. La sezione del quartiere Barona intitolata a Carlo Smuraglia ha pure scritto un comunicato per denunciare «la provocazione meschina del consigliere della Lega», colpevole di aver indossato «un capo d’abbigliamento che non solo offende i presenti ma la Costituzione antifascista».
PARTIGIANI BUTTAFUORI
Gli eredi (non diretti) dei partigiani si sono ridotti a fare i buttafuori stile discoteca: «Tu entri, tu no perché non ti riconosci nella Repubblica antifascista, nelle sue leggi e nella sua morale». Binda, dal canto suo, se ne frega. «Se il loro problema esistenziale è il mio abbigliamento significa che non hanno problemi nella vita. Quasi li invidio... Gli ho dato uno scopo politico, mettiamola così». E provate a dargli torto...