La condanna a soli 9 anni e 4 mesi inflitta dal GIP di Milano a uno spacciatore per l'omicidio di un tredicenne solleva sconcerto. La decisione di non riconoscere l'aggravante della minore età, motivata dalla corporatura robusta della giovane vittima, appare come una decisione difficile da comprendere e accettare per la collettività. Sentenze di questo tipo rischiano di minare la fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario. Il commento di Massimo Sanvito
In un’epoca segnata da iperprotettività e giustificazionismo ad oltranza, la scelta di due genitori di denunciare il proprio figlio diciassettenne rappresenta un raro ed esemplare atto di responsabilità educativa. Di fronte ai gravi reati commessi dal giovane, la decisione di non coprirlo ma di affidarlo alle forze dell'ordine impartisce una lezione fondamentale sulle conseguenze delle proprie azioni. La riflessione di Lucia Esposito.
La narrazione secondo cui il caso Ranucci sia il frutto di un'epurazione ideologica orchestrata dal governo non regge alla prova dei fatti. Il conduttore ha mantenuto la guida di Report per anni anche sotto questo esecutivo, e il suo ridimensionamento nasce esclusivamente da una gestione contorta della vicenda Lavitola e dai successivi attacchi interni ai propri colleghi. I professionisti di valore trovano sempre spazio sul mercato senza bisogno di vittimismi. L’analisi di Pietro Senaldi
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La decisione della Corte di Giustizia Europea sulle divise della Polizia di Stato riaccende il dibattito sulle ingerenze sovranazionali. Il caso nasce dal ricorso di una candidata esclusa da un concorso a causa di un piccolo tatuaggio sul polpaccio, reso visibile dall'obbligo di indossare la gonna nella divisa ufficiale da cerimonia. Mettere in discussione le regole di rappresentanza dei corpi militari solleva forti perplessità su confini e competenze. Il commento di Andrea Tempestini.
Sigfrido Ranucci reagisce con amarezza ai cambiamenti che lo riguardano, ma delegittimare sui social i colleghi chiamati a sostituirlo a Report appare fuori luogo. Chi vale come professionista sa trovare nuove strade sul mercato, senza bisogno di fomentare attacchi contro altri giornalisti. La riflessione di Pietro Senaldi.