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Gallarate non vuole intitolare la rotatoria a Sergio Ramelli

Una storia che divide dalla realtà dei fatti chi ha come unico orizzonte politico l'antifascismo. L'ultimo caso a Gallarate, in provincia di Varese
di Lorenzo Cafarchio venerdì 10 aprile 2026

2' di lettura

Sergio Ramelli, una storia che ancora divide. Divide dalla realtà dei fatti chi ha come unico orizzonte politico l’antifascismo. A Gallarate, provincia di Varese, si è deciso di intitolare una rotatoria su viale Milano alla memoria dello studente milanese, assassinato a 19 anni nel 1975 da un commando di Avanguardia operaia.

Un’idea portata avanti, negli ultimi mesi, dal consigliere comunale di Fratelli d’Italia, Alessio Imbriglio, che ha in questo modo voluto ricordare la tragica vicenda. «La vittima era un militante del Fronte della Gioventù, aggredito da alcuni militanti della sinistra extraparlamentare», rammenta Imbriglio. Aggiungendo come «l’unica sua colpa fu quella di aver espresso, un anno prima durante un tema scolastico, posizioni di condanna verso le Brigate Tosse, aggiungendovi una nota di biasimo verso il mondo politico».

Fino a qui tutto bene, però il buonsenso non aveva ancora incrociato la variabile costante antifa. Su Malpensa24 appare una nota di Sinistra Italiana Varese che parla di «grave errore». Lesa maestà questa intitolazione. La stessa reazione a cui avevamo assistito nel 2024 a Busto Arsizio, sempre da parte di SI, per l’inaugurazione di una via nel nome di Ramelli. Dicono, ora, che «non perché si voglia negare il dolore umano legato a una vicenda tragica, ma perché si presta a essere utilizzata come strumento di legittimazione culturale e politica di un’area che affonda le proprie radici nell’estrema destra. È proprio questa ambiguità che deve essere respinta con chiarezza».

Insomma pietà l’è morta e l’antifascismo è il cerimoniere del funerale della misericordia. La legittimazione di Sergio, delle sue idee, delle sue aspirazioni, e soprattutto della sua comunità politica non chiedono permesso. Ma ancor di più non hanno bisogno del benestare dei paladini della memoria unidirezionale. Dopo 51 anni, il riconoscimento delle storie come quella di Ramelli è un atto dovuto.

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