Milano si conferma città sempre più multietnica. Nel 2025 sono state 9.404 le persone che hanno acquisito la cittadinanza italiana, rispetto alle 9.022 registrate nell’intero 2024. Un saldo positivo pari a 382 unità. Egitto, Filippine e Perù i principali Paesi di provenienza. Per la giunta comunale guidata dal sindaco, Beppe Sala, l’acquisizione di nuovi cittadini -elettori non è solo un segno dei tempi, da festeggiare con l’iniziativa “milanesi dal primo giorno”, ma uno dei capisaldi delle politiche sociali seguite da Palazzo Marino, dove l’accoglienza senza limiti viene considerata un aspetto positivo, e non un problema.
Dipendesse dal Comune di Milano l’acquisizione della cittadinanza italiana, da parte di persone straniere, sarebbe molto più facile rispetto all’attuale legge dello Stato, considerata dalla maggioranza che sostiene il governo guidato dalla premier, Giorgia Meloni, in sintonia con i tempi. Dunque adeguata alle esigenze del nostro Paese. Ma non per la sinistra.
«Riconoscere la cittadinanza a chi, pur non avendo origini italiane, abita, vive e lavora a Milano contribuendo allo sviluppo e alla crescita della città e del Paese è un atto dovuto», sottolinea l’assessore comunale al Welfare e Salute, Lamberto Bertolé, ma è «necessario che le istituzioni nazionali dimostrino molto più coraggio». L’obiettivo storico del centrosinistra è quello di superare il principio del ius sanguinis puro, introducendo lo Ius Soli ("diritto di suolo"), lo Ius Scholae ("diritto di scuola"), ma soprattutto la riduzione dei tempi di residenza. Due visioni politiche molto distanti fra loro, in materia di cittadinanza, tali da produrre anche risultati diametralmente opposti. Se il progetto della sinistra fosse legge, oggi saremmo qui a parlare di un numero ben più altro di cittadinanze acquisite. Anche perché, e i numeri elaborati dal Comune sono lì a dimostrarlo, sull’intero capitolo pesa il tema degli immigrati di seconda generazione, italiani sulla carta, ma culturalmente lontani dai diritti e dai doveri del nostro Paese. Il fenomeno dei maranza, ben noto a Milano, non è un’invenzione dei media, ma una triste realtà con la quale ci misuriamo tutti i giorni.
NUOVI CITTADINI
Entrando nel dettaglio delle cifre, nel 2025 le acquisizioni di cittadinanza per residenza continuativa di dieci anni in Italia sono state 5.216, mentre 2.403 minori l’hanno acquisita a seguito di quella ottenuta dai genitori. I giovani che hanno ottenuto la cittadinanza al compimento dei diciotto anni sono stati 1.137, mentre 482 persone l’hanno acquisita per matrimonio.
Completano il quadro le acquisizioni per discendenza da avo italiano (160), i minori riconosciuti come figli di cittadini italiani (5) e i minori adottati (1). Le principali comunità di provenienza restano sostanzialmente stabili rispetto al 2024 e vedono ai primi posti Egitto (2.225), Filippine (1.362) e Perù (1.046), seguite da Bangladesh (660), Ecuador (647), Marocco (388), Sri Lanka (346), Albania (306), Ucraina (213), Romania (200) e Repubblica Popolare Cinese (185).
Per accompagnare questo passaggio e rafforzare il rapporto tra cittadini e istituzioni, il Comune di Milano e i nove Municipi hanno promosso la terza edizione di “Milanesi dal primo giorno.
Festeggiamo le cittadinanze del nostro Municipio”. Durante gli incontri viene consegnata una copia della Costituzione italiana e vengono presentati i principali servizi e le opportunità offerte dai Municipi, in un momento di conoscenza e incontro dedicato alle nuove cittadine e ai nuovi cittadini italiani. «La cittadinanza arriva, troppo spesso, dopo la vita reale delle persone», afferma l’assessora ai Servizi civici, Gaia Romani, «per questo continuiamo a investire in momenti di accoglienza e riconoscimento dedicati alle nuove cittadine e ai nuovi cittadini italiani». «Riconoscere la cittadinanza a chi, pur non avendo origini italiane, abita, vive e lavora a Milano contribuendo allo sviluppo e alla crescita della città e del Paese è un atto dovuto», aggiunge l’assessore al Welfare e Salute, Lamberto Bertolé, ma è anche «il culmine di un percorso di integrazione che merita di essere riconosciuto e celebrato». Insomma, apriamo le porte a tutti...
REGOLE VALIDE
«Due aspetti vanno evidenziati, rispetto a questi dati», afferma Alessandro Verri, capogruppo della Lega in Consiglio comunale, «in Italia non c'è bisogno di un cambio delle regole sulla cittadinanza, perché già oggi i dati dimostrano che ne facciamo troppe. Il secondo aspetto, se c’è da mettere mano alla legge sulla cittadinanza, è per rendere ancora più restrittive le regole». «Che bella questa vetrina tutta estetica e modaiola della sinistra salottiera», commenta con sarcasmo il capogruppo di Fdi a Palazzo Marino, Riccardo Truppo, «che organizza queste cerimonie. In realtà mi chiedo cosa abbia fatto di concreto in questi 15 annidi governo della città in materia d’integrazione, soprattutto fra chi è venuto in Italia per lavorare o metter su famiglia. Questa Milano che dialoga solo con le elitè ha ben poco da festeggiare con chi va cercando un miglioramento economico». «I numeri raccontano una città che continua ad attrarre persone, e questo è positivo», afferma Mariangela Padalino, consigliere comunale di Noi Moderati, «la cittadinanza però è un passaggio importante, rappresenta il punto di arrivo di un percorso di integrazione fondato su diritti, doveri e partecipazione. Per questo non condivido lo slogan "Milanesi dal primo giorno", che rischia di sminuire il tema, quando è focale. L’appartenenza a una comunità non nasce per decreto né tantomeno da una cerimonia, ma si costruisce nel tempo attraverso il lavoro, la conoscenza delle istituzioni e la condivisione delle regole. Nella stessa Milano crescono il disagio abitativo, il caro-affitti e il numero di persone che, pur lavorando, faticano ad arrivare a fine mese. L’integrazione funziona quando migliora la coesione sociale e quando chi arriva e chi già vive a Milano vede aumentare le opportunità e non le difficoltà».
FESTE INUTILI
«Se si lavora, si vive rispettando le regole nostre», rimarca Luca Bernardo, capogruppo di Forza Italia, «vuol dire che c’è la volontà da parte di chi viene nel nostro Paese di integrarsi. Il tema è un altro. Il tema è che la sinistra è vecchia, superata con la sua ideologia dal sapore retrò. Qui non si tratta di fare cerimonie», sostiene l’azzurro, «l’integrazione vera passa da azioni concrete come per esempio la riqualificazione di quelle che la sinistra chiama periferie dove spesso ci sono ghetti. C’è poi il grande problema delle baby gang da affrontare seriamente. Solo per fare qualche esempio di vita vera. Quindi servono fatti non spettacoli».