Il colloquio

Luca Telese contro Saviano: "Volgare e ignorante, non ha studiato la Meloni"

Pietro Senaldi

«La Meloni non c'entra nulla con Salò e la Repubblica Sociale. La sinistra che le dà della "fascista" non conosce la sua storia. Oppure fa un errore di comodo, consapevole, per combatterla affibbiandole l'etichetta di "fascista". Si finge di ignorare cosa siano stati nel Fronte della Gioventù i Gabbiani, i ragazzi formatisi intorno a Fabio Rampelli, fra cui l'attuale premier è cresciuta, un pezzo della destra sociale poi approdato alla destra di La Russa e Gasparri. Fra i Gabbiani i simboli fascisti e della Rsi erano banditi. Questi giovani cercavano la discontinuità, lavoravano a una nuova destra che rompesse con le guerre ideologiche degli anni Settanta, che consideravano funzionali al "sistema". La destra della Meloni nasce nei campi Hobbit, nei miti di Tolkien, nella Storia Infinita di Michael Ende, il cui protagonista, Atreiu, non a caso dà il nome al raduno annuale di Fdi. Quei ragazzi, ora adulti, erano e sono convinti, con Alain de Benoist e Marco Tarchi, che la guerra civile tra neri e rossi fosse funzionale a stabilizzare "'il regime" e rafforzare il sistema. La loro rivista prediletta, La Voce della fogna, dipingeva i reduci del Ventennio come dei vecchi nostalgici con il riporto che baciavano il busto del Duce ma alla fine votavano Dc».


Però la Meloni non ha mai preso le distanze ufficialmente dal fascismo...
«Perché lei è figlia di Almirante, "non rinnegare e non restaurare", andare oltre. Non voleva sciogliere Azione Giovani, come chiestole da Fini, non accettò l'abiura del capo e visse lo strappo di Futuro e Libertà come una ferita, alla quale reagì fondando Fratelli d'Italia. Vinse lo storico congresso di Azione Giovani, contro Carlo Fidanza, nel 2004, con un discorso-tormentone nel quale continuava a ripetere "Noi siamo i ribelli!". Le distanze dal fascismo le ha prese da un pezzo. Posso regalarti una perla?».


Certo...
«Mentre scrivevo Cuori neri mi ritrovai a un concerto di musica alternativa dove la Meloni era sul palco. La contestarono ragazzi della destra radicale, che la prendevano di mira al grido: "Giorgia tu sei/amica degli ebrei!"».

E lei come rispose?
«Con un ululato dicendo: "Mi sono rotta le palle di voi nazisti dell'Illinois". Non so se oggi collimi con l'incarico istituzionale, ma questa era Giorgia».

Cosa dovrebbe fare oggi, da presidente del Consiglio, per archiviare per sempre le false accuse di essere una fascista mascherata?
«Festeggiare il 25 aprile, fare come Berlusconi nel 2008, quando a Onna, dopo il terremoto, fece il suo discorso con il fazzoletto da partigiano al collo e raggiunse il picco di popolarità della sua storia politica. Alcuni dei suoi già lo fanno. Il più avanzato è Alessandro Tomasi, il sindaco di centrodestra di Pistoia, che da anni va in piazza il 25 aprile per festeggiare in fascia tricolore la Liberazione dal nazifascismo, che uccise molti suoi concittadini.
Scopriremo, tra qualche mese se la Meloni farà quest' ultimo passo. Implicitamente è già nel giuramento alla Repubblica».

Se lo facesse non perderebbe voti?
«Al contrario, credo che li guadagnerebbe. Molti italiani, che vengono da sinistra, si sentirebbero rassicurati definitivamente e la sinistra estrema o i radical chic non potrebbero più dire dopo la lotta agli immigrati clandestini o il decreto sui rave-party che, gratta gratta, nell'armadio della destra c'è sempre il busto di Mussolini. Io noto che nelle guerre di identità vince chi fa il primo passo, di solito il più forte».

Dovrebbe anche cancellare la Fiamma dal simbolo di Fdi?
«Io penso che sia ridicolo nascondere le identità. Anche perché la Fiamma è almirantiana, non è un simbolo del Ventennio. La sola cosa che, in linea teorica, avrebbe potuto rimandare a Salò era la base trapezoidale su cui campeggiava la scritta Msi, perché era un richiamo esplicito alla bara di Mussolini, sempre in vita. Ma nel restyling del simbolo fatto non a caso da un altro ragazzo di Atreju, Federico Mollicone, quell'elemento è stato tolto».


Così parlò Luca Telese, comunista trinariciuto, giornalista dandy con le toppe sui gomiti della giacca, genero di Enrico Berlinguer e papà di un altro Enrico, in onore del nonno, vicedirettore di Tpi - The Post International, una sorta di Manifesto del web -, anima tra le più rosse de La7, e autore di Cuori Neri, un libro-documento del 2006 sui 21 giovani di destra ammazzati dall'estremismo di sinistra negli anni Settanta, da mercoledì scorso in libreria con una nuova edizione, arricchita dalla prefazione dell'autore, che spiega in cosa la Meloni è erede del culto e dei valori di questi giovani abbattuti nel fiore degli anni. «Tutti i primi omicidi organizzati dalle bande armate terroriste, Prima Linea, Brigate Rosse, Autonomia Operaia, videro come vittime i cuori neri» spiega Telese.

«La coscienza politica dell'attuale premier si è formata nel ricordo di questi giovani, nelle notti di veglie commemorative, nei discorsi che uomini più vecchi di lei le chiedevano di fare, riconoscendole di fatto una leadership naturale». Per "il compagno Luca" la destra ha battuto la sinistra perché meno ideologica, «divisa dal governo Draghi, si è unita per vincere, mentre il campo largo di Letta, che era insieme nel governo Draghi, si è spaccato per ridicoli veti ideologici, perla paura di incontrarsi». Le ideologie violente ed estremiste, secondo l'autore di Cuori Neri, fin dagli anni Settanta «sono il rifugio dei deboli» la sola via d'uscita «di chi non riesce a darsi un'identità forte che ti permetta di incontrare e includere l'altro.


L'ideologismo tardivo e la mancanza d'identità - aggiunge - oggi sono la malattia della sinistra, una patologia che arriva da molto lontano, un filo che parte dai ragazzi-compagni violenti degli anni Settanta finiti a fare i manager e i professionisti di successo, a riprova che puoi essere ideologico ma privo di identità. Tutto l'opposto di quello che sono la Meloni e i vecchi giovani di destra, che hanno intrapreso una traversata nel deserto guidati dalla sola certezza che, se anche avessero perso, non avrebbero mai tradito né sarebbero scesi a facili compromessi».

Cosa succederà adesso a sinistra?
«Il Pd cercherà un Papa straniero che tenga insieme i cocci e poi lo farà fuori. Nessuno degli ultimi segretari eletti ha mai finito il mandato, neppure l'amatissimo Bersani, e di alcuni, come Martina, non si ha neppure più memoria. Il Papa straniero è un ottimo escamotage per non risolvere il nodo dell'identità, non interrogarsi sulla difficoltà di costruire quadri».

Ma come si fa a basculare tra Calenda e Grillo, una via definitiva va presa?
«Se hai un'identità tua forte, puoi basculare quanto ti pare. Il punto è che, siccome non ce l'hai, te la costruisci sul nemico comune, da Berlusconi alla Meloni passando per Salvini, e quando ti siedi al tavolo applichi la stessa logica con i tuoi. Per fondersi nel Pd ex democristiani ed ex comunisti hanno bruciato le rispettive case, con il risultato che Letta non ha avuto la forza di commemorare né Moro né Berlinguer. Ridicolo».

Quindi il Pd è morto?
«È sempre in emergenza e non fa mai un'analisi profonda della sua sconfitta. La sua sola identità nell'ultimo ventennio è stata essere un partito di potere: ora che non ha più il potere, rischia di sparire, come i socialisti francesi o quelli greci che si sono estinti».


Nel frattempo si frega le mani per i cortei studenteschi contro il nuovo governo fascista e gli strali dei suoi menestrelli di corte contro la Meloni...
«Vedo che i quotidiani che hanno fatto la campagna elettorale sventolando l'agenda Draghi, malgrado lo stesso Draghi abbia detto che non esisteva, ora si buttano sull'antifascismo da operetta, ma l'operazione fallirà perché gli italiani non avvertono la Meloni come fascista: sentono che non lo è».


Saviano le ha dato della bastarda fascista per la sua linea sull'immigrazione...
«È una posizione volgare e superficiale. Saviano disprezza la politica e la tratta come se fosse un capitolo di Gomorra. Non ha studiato questa storia e non ha le coordinate. Puoi criticare la Meloni perché impedisce gli sbarchi ma non puoi dire per questo che è fascista, perché nel mondo ci sono centinaia di partiti antifascisti schierati contro l'immigrazione clandestina».

Cosa ne pensa dei cortei studenteschi contro la Meloni fascista che paragonano questo governo al regime iraniano?
«Giovani cazzoni chic che hanno bisogno di benzina facile per alimentare il loro odio, che poi è l'unico modo che hanno per darsi un'identità. Sono caricature degli anni Settanta e, per dirla come Marx, quando la storia si ripete due volte, la tragedia diventa farsa. L'accusa di fascismo oggi non è nulla di più di una scusa per espellere qualcuno dal campo, un cartellino rosso. Un premier o un ministro che hanno giurato fedeltà alla Repubblica sono per definizione anti-fascisti».

Non è cosi per la sinistra di piazza, e anche per molta sinistra di Parlamento...
«Quando Letta ha gridato al pericolo fascista per farsi riconoscere come leader da tutta la sinistra si è allontanato dal suo elettorato naturale, che chiama la Meloni "Giorgia" e, anziché spaventato, ne è sedotto perché si riconosce nel suo lato popolare».

L'antifascismo è impopolare quindi?
«Il reducismo estremista rende "antipatico" l'antifascismo militante. Quello culturale, invece, per me dovrebbe diventare elemento comune della coscienza democratica di tutto il Paese, non di una sola parte. La democrazia è forte se tutti ne sono compresi. Togliatti e Pajetta, che combatterono il vero fascismo, lo sapevano bene. Ma in questo clima gli ex gruppettari salgono in cattedra».

A chi pensa?
«Penso a un extraparlamentare alla Marco Bellocchio, che nel suo film su Moro esalta le Br, facendo dire allo statista democristiano che è grato ai suoi carcerieri o facendo credere che i terroristi lo avrebbero liberato: questa è pornografia».

È una condanna della militanza rossa?
«La riproduzione parodistica degli anni di piombo è un'ideologizzazione di cartapesta che dimentica la lezione anti-estremista che diede il Pci. Dopo la guerra civile, Dc e Pci firmarono un'amnistia che consentiva perfino agli ex gerarchi fascisti di candidarsi al Parlamento, dopo cinque annidi sospensione. In linea teorica avrebbe potuto farlo perfino Mussolini, se fosse stato vivo. Erano più laici i vecchi comunisti della sinistra che oggi apre polemiche su elementi folcloristici: se usi le magliette di Montesano - che era deputato del Pds! - o le sfilate a Predappio per colpire la Meloni, cadi nel grottesco. Gli estremismi di destra e sinistra demoliscono per i loro fini le fondamenta della Repubblica nel pieno di una crisi drammatica che se ci pensi ha gli stessi ingredienti di quella degli anni Settanta».

Quali?
«Crisi energetica, crisi politica, crisi economica e inflazione. Se invece costruisci la pacificazione nel rispetto delle diverse identità, e senza trasformismi, rafforzi la democrazia».