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Beatrice Venezi, il direttore d'orchestra e il giudizio preventivo

Il mestiere viene prima di tutto: perché l'articolo di Corrado Augias su Repubblica parte subito con un errore
di Enrico Stinchelli mercoledì 7 gennaio 2026

3' di lettura

Chiedersi a cosa serva un direttore d’orchestra è una domanda legittima. Rispondere con immagini suggestive ma musicalmente sbagliate, molto meno. L’articolo di Corrado Augias, comparso su Repubblica, parte descrivendo una sala da concerto come se le uniche cose visibili fossero il braccio destro dei violinisti e le “mazze” dei timpani. È un incipit efficace, peccato che sia già errato.

Il violinista non suona con un solo braccio: senza il sinistro, che preme le corde e decide le note, non si fa musica ma ginnastica. Quanto ai timpani, parlare genericamente di “mazze” e di tambureggiamenti significa confondere timpano, tamburo e grancassa: strumenti diversi, con funzioni e tecniche diverse. Non sono dettagli pedanti, ma il segnale di una descrizione che scambia l’effetto per la funzione.

Si arriva poi alla domanda ricorrente: una buona orchestra non potrebbe dirigersi da sola, magari guidata da un bravo primo violino? La risposta corretta non è quella sottintesa. Sì, esistono orchestre che suonano senza direttore: la Orpheus Chamber Orchestra è il caso più noto. Ma proprio quell’esempio dimostra l’equivoco. L’Orpheus non è un’orchestra “senza direzione”: è un’orchestra con una direzione distribuita, costruita attraverso un lavoro preparatorio enorme, una disciplina interna rigidissima e una responsabilità condivisa che sostituisce, non elimina, la funzione direttoriale. Il direttore non serve a battere il tempo: serve a governare equilibri, architetture, priorità timbriche, coerenza narrativa e, soprattutto, ad assumersi la responsabilità finale delle scelte.

C’è poi l’idea che “in dieci minuti” un’orchestra capisca se ha davanti un grande direttore o un incapace. Anche qui, vero e falso insieme. È vero che orchestra e direttore percepiscono subito il livello reciproco ma è falso ridurre tutto a un test istantaneo. La storia delle prove è piena di goliardate: attacchi sbagliati a turno, piccoli tranelli per mettere alla prova chi guida. È accaduto a tutti, dai nomi più celebrati in giù (Muti, Karajan, Bernstein). Non è sabotaggio, è psicologia di gruppo. Il rapporto tra orchestra e direttore è fragile, umano, fatto di simpatie, antipatie e stili di lavoro. I professori d’orchestra amano la chiarezza e detestano le prediche. Direttori profondissimi ma inclini a lunghe spiegazioni teoriche sono stati talvolta mal sopportati proprio per questo, un nome per tutti: Giuseppe Sinopoli. Non c’è morale edificante: c’è mestiere.

Si evocano poi icone e frasi celebri. Karajan che dirige a occhi chiusi? Era un’immagine televisiva, consapevolmente costruita. In prova aveva gli occhi spalancatissimi. E la battuta di Mahler secondo cui esisterebbero solo cattivi direttori e non cattive orchestre è una frase brillante, non una legge fisica. La realtà è più semplice e meno consolante: esistono cattivi direttori ed esistono anche pessime orchestre.

Fingere il contrario non aiuta a capire come funziona davvero questo lavoro. Ancora più grave è la favola della musica “semplice”. Lasciare intendere che Bach, Händel o Vivaldi fossero semplici, e che la complessità arriverebbe solo con Mozart e Beethoven, è un errore concettuale. I Concerti brandeburghesi di Bach contengono pagine di libertà e invenzione che anticipano persino l’idea di improvvisazione jazz. L’organico cresce nel tempo, ma la complessità non si misura a chili.

Come ricordava il grande direttore d’orchestra Gavazzeni, la parola “semplice” non è scrivibile alla musica: può essere chiara, essenziale, trasparente, mai semplice. La chiusa dell’articolo svela infine il vero bersaglio: la questione della fiducia, usata come clava per colpire Beatrice Venezi. Certo che la fiducia è necessaria. Ma non è un prerequisito ideologico: è il risultato di prove, incontri, lavoro. Rifiutarsi di incontrarsi, arroccarsi prima ancora di suonare una nota, non è rigore artistico: è infantilismo istituzionale. Qui il discorso smette di essere musicale e diventa politico. Quando la politica invade il giudizio artistico, il risultato è sempre lo stesso: processi alle intenzioni e irrigidimenti ideologici. Il vero scandalo non è chiedersi a cosa serva un direttore d’orchestra. Il vero scandalo è trasformare un giudizio che dovrebbe nascere dall’ascolto in una condanna preventiva, prima ancora di misurarsi con i fatti.

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