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John Elkann, il declino: da promettente erede dell'avvocato ai fischi di Repubblica

C'era un tempo in cui i media sbertucciavano suo fratello Lapo, sempre sopra le righe, poco successo negli affari, look stravaganti
di Sandro Iacometti venerdì 16 gennaio 2026

3' di lettura

È difficile dire se sono peggio i servizi sociali oi pesci in redazione. In entrambi i casi la parabola di John Elkann sembra ormai sprofondata sottoterra. C'era un tempo in cui i media sbertucciavano suo fratello Lapo, sempre sopra le righe, poco successo negli affari, look stravaganti. A quell'epoca Jaki era quello serio, giovane ma già uomo, colto, elegante, garbato, il vero erede di suo nonno, l'Avvocato. Poi il vento è cambiato. Prima il disastro Stellantis. La scelta della fusione con i francesi dopo i fasti dell'era Marchionne ha portato solo guai. La sbandata sul green deal voluta dall'ex ceo Carlos Tavares ha prodotto valanghe di cassa integrazione, vendite in affanno, produzione ai minimi storici, delocalizzazioni selvagge, inciampi a raffica sui marchi made in Italy realizzati in Marocco o in Serbia, sollevazioni bipartisan della politica contro il manager che snobba l'Italia dopo che la sua azienda è stata protagonista della nostra rivoluzione industriale. Insomma, un disastro. Poi ci sono le beghe famigliari.

All'inizio sembrava la solita bazzecola da giornaletto scandalistico. La mamma contro i figli, l'eredità della nonna, i quadri scomparsi. Alla fine è diventata una grana giudiziaria in cui Elkann è sprofondato, al punto da patteggiare con l'erario e chiedere l'affidamento ai servizi sociali per evitare una condanna per evasione fiscale. Il processo è in corso, ma stando a come procede non si mette benissimo. Bene che va il rampollo degli Agnelli dovrà aiutare i ragazzi in situazione di vulnerabilità presso i salesiani di Torino. E c'è da scommettere che sarà un'altra storia rispetto a Silvio Berlusconi tra gli anziani della Sacra Famiglia di Cesano Boscone.

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L'ultimo scivolone riguarda l'avventura editoriale, iniziata sei anni fa quando Jaki, chissà perché, deciso di acquistare il gruppo Repubblica dalla famiglia De Benedetti. Il risultato della scelta si è avuto un paio di giorni fa, con i giornalisti infuriati per la vendita della testata all'imprenditore greco Theodore Kyriakou nel giorno in cui si celebravano i 50 anni di storia del quotidiano. Per festeggiare se è scomodato anche Sergio Mattarella. Cerimonia in grande stile, visita nei locali della redazione, accoglienza ufficiale da parte del direttore Mario Orfeo che ha allestito una mostra per l'occasione. Elkann, invece, che deve aver fiutato l'aria, è entrato alla chetichella da una porta di servizio. Una volta dentro, però, si rende conto che il sotterfugio è inutile. Alcuni redattori pian piano affluiscono negli uffici e l'aria diventa poco respirabile. Jaki prova a dileguarsi, ma all'uscita viene beccato.

«Stai scappando coi soldi», gli gridano dietro, tra fischi e insulti. Solo un antipasto degli attacchi messi poi nero su bianco dal comunicato del comitato di redazione, in cui si definisce la presenza di Elkann un «vergognoso schiaffo al giornale e alle sue lavoratrici e lavoratori». Ma non è tutto. I giornalisti di Repubblica ribadiscono la domanda posta più volte ai vertici di Gedi: «Caro Elkann, perché nel 2020 ha acquistato questo giornale e questo gruppo editoriale per poi smembrarlo? Perché non ha presentato un piano strategico o d'investimenti in cinque anni, salvo i piani per ridurre i costi e il presidio delle attività industriali in Italia, che pure sta smantellando?» Di certo, concludono, la festa di Repubblica «non è il posto» per te.

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