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Luciano Spalletti, quella sola macchia nella carriera

di Renato Bazzini mercoledì 14 gennaio 2026

3' di lettura

Luciano Spalletti cercava un’occasione per redimersi. La voleva subito perché il clamoroso flop in Nazionale rischiava di macchiare una carriera in crescendo costante fino al culmine dello scudetto napoletano. Aveva bisogno di una panchina grande quanto il “lutto”, per questo ha colto al volo la Juventus, accettando un ingaggio “a scadenza” che solitamente si offre a un traghettatore o a uno stagista. A prescindere da come andrà, la missione personale è completa: Spalletti si è riabilitato perché la Juventus che stiamo vedendo è la migliore da quella di Sarri, senza avere giocatori di quel calibro (da Cristiano Ronaldo in giù). Lo dicono i risultati ma, cosa ancor più rilevante nel contesto bianconero, lo dicono i tifosi. Che sono passati dalla depressione all'estasi: i più giovani sui social lo chiamano “papà” e scrivono di andare a dormire tranquilli sapendo che la Juventus è nelle sue mani; i più anziani ammettono che ha restituito loro il gusto di guardare le partite. Ecco perché l’ad Comolli dovrebbe farsi un favore e muoversi a blindarlo subito, a prescindere dalla Champions. Dal 2018 la Juventus non vinceva una partita con uno scarto di almeno 4 gol, come accaduto contro la Cremonese.

E questo è il segnale del cambiamento dopo anni di retorica sulla Signora che doveva essere brutta per essere vincente, ma alla fine riusciva a essere soltanto brutta. Spalletti ha smontato questa narrazione tossica e lo ha fatto prima in campo, nei fatti, e soltanto poi con le parole. Questo ha imparato in Nazionale e lo ha subito applicato una volta tornato nel giro. Dalla panchina non si sente più “calma” come unica indicazione, ma l'invito a comandare, a godersi il pallone tra i piedi, a rischiare la giocata, a segnare un gol in più. I risultati sono una conseguenza: da una media da ottavo posto (12 punti in 8 giornate con Tudor) si è passati a 24 punti in 11 giornate, con 7 vittorie e una media da scudetto. Da quando Luciano ne ha preso le redini, la Juventus è prima in serie A per gol segnati (20), minor numero di gol subiti (6), tiri in porta (66), xG (gol potenziali) prodotti (21.43) e xG concessi (7.88). La base statistica è ancora limitata a 15 panchine, ma il ritmo di Spalletti è da almanacco. La media punti è 2,27, identica a quella del primo Allegri, superiore di pochissimo a Conte (2,26), oltre Sarri (2,12) e Pirlo (2,15) e lontana anni luce da Thiago Motta (1,67) e Tudor (1,58).

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Con questo ritmo e considerando i 39 punti attuali in 20 giornate, la proiezione porta a 80 punti: zona Champions sicura ma non abbastanza per lo scudetto. Per sognare il titolo dovrebbe alzare l’asticella a 2,4 di media per toccare quota 83, sperando che l’Inter (ora proiettata a 86) rallenti. È difficilissimo, ma con la stitichezza del Milan e la variabile Champions, non impossibile. Il calendario ora propone il Cagliari e poi il Benfica per archiviare i playoff in Champions. Poi il Napoli: quello sarà lo spartiacque. Dovesse arrivarci con la squadra di Conte sotto tiro, la narrazione potrebbe cambiare e i bianconeri convincersi della rimonta.

Poi il trittico Parma-Lazio-Inter. Se a quel punto la Juve fosse ancora lì, in scia ai nerazzurri, tutto potrà succedere, perché le altre potrebbero perdere punti sotto pressione. Allora sì, potremmo parlare di Juventus da scudetto. Lo è già, in realtà, nei numeri e nello spirito ma deve ancora recuperare un po' di terreno perduto a inizio anno. Perché recuperare tutto il resto risorse, giocatori, idee, dna, senso di appartenenza, principi di gioco -, Luciano Spalletti lo ha già fatto.

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