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Paolo Berizzi, fuoco amico su Pina Picierno: vietato parlare con FdI

Magari ora chiederà pure una scorta sul suo computer, l’iPhone o l’iPad, ma servirebbe a poco. Se gli sberleffi se li cerca, non si salva nemmeno in tribunale
di Francesco Storace venerdì 27 febbraio 2026

3' di lettura

Un vaccino per Paolo Berizzi. Ma anche per Luca Bottura. Il giornalista di Repubblica e il comico tuttofare. Inseguono “i fasci”, il primo per querelarli e per spillare quattrini- ma non sempre gli va bene - il secondo per semplice sfottò. Ma si distraggono e se la prendono con la solita compagna che non sopportano però. Il virus non passa. La loro vittima è Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, bullizzata per aver osato rispondere alla domanda che radio Atreju ha posto a lei e a Carlo Fidanza. Un dibattito a due con un conduttore, tra opposti, come è normale che avvenga in una democrazia. Tutto questo è esploso qualche giorno fa e all’attacco di Berizzi la Picierno ha risposto come si deve. Meno arrabbiata, probabilmente, con Bottura, che pure l’ha tirata lunga con un video: una tirata d’orecchie e poi basta.

Poi, la botta più grave, con il cronista di Repubblica noncurante del fatto che intanto la parlamentare europea del Pd viaggiava verso Kiev - da dove è appena tornata - e magari non intendeva continuare il battibecco con il cronista del “giornale amico “.
Ma Berizzi ha insistito lo stesso. In maniera abbastanza stravagante, con un ulteriore tweet per non lasciare l’ultima parola alla sua nuova rivale: come un eroe, «Picierno, noi con i fascisti abbiamo finito di parlare il 25 aprile 1945 (Pajetta). Ma non è cosa per lei. Lei continui così, che i fascisti la applaudono e solidarizzano. La lascio a Fidanza, Montaruli, Donzelli, Nordio e i fasci israeliani. Troverà braccia aperte, anzi, tese». Parla di fascismo e non sa che cosa è la democrazia, che cosa significa confronto. Almeno Bottura l’ha sfottuta parlando di “simpatia” mentre picchiava.

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Col sorriso. Ma non finisce qui: il precipizio lo raggiunge l’altro, il povero Berizzi, nell’ultima puntata della sua tweet.-mania: «Grazie alle decine di elettori, iscritti, dirigenti, esponenti anche di primissimo piano del Pd che mi hanno chiamato e scritto per dirmi che si vergognano per le parole imbarazzanti che la vicepresidente Picierno mi ha rivolto. Null'altro da aggiungere». E fa bene, perché la figuraccia è stata colossale. Le repliche alle sue baggianate anti-Picierno sono meravigliose, X sembrava un tiro a segno.
«Non mi rassegno ad abbandonare la sinistra perché ci siete voi antidemocratici che non permettete il dissenso e date patenti di fascismo a chi si vuole confrontare con gli avversari.

Questo si chiama totalitarismo!». Se lo dicono da soli. «Leggendo i commenti... anche stavolta Paolino hai rimediato la tua figura di (bip)». Ops. Poi gli chiedono: «E chi sono questi esponenti di primissimo piano del Pd» che avrebbero solidarizzato con Berizzi. Ah, il segreto professionale... Ancora: «Più o meno come le mamme di Mariupol che scrivevano al professor Orsini». Da sganasciarsi.
Il più serio, se vogliamo: «Famme capì Paole’, tu puoi attaccare e dire qualsiasi cosa te passi pe la capoccia (deve essere romanaccio l’autore, ndr) ma se uno reagisce a ste tue elucubrazioni allora fai la vittima come se tu non avessi fatto nulla». Aggiungendo, testualissimo: «No, per capi’.

Stare sotto scorta mica è un lasciapassare per di cazzate». In effetti. Un commento ai commenti. Pubblicarli praticamente tutti prenderebbe davvero uno spazio enorme, ma si capisce facilmente che Paolo Berizzi non si contiene. Individua i nemici a pensa di scatenare il branco contro di loro, ma è lui che deve trovare rifugio dove può perché le reazioni sono furibonde. Magari ora chiederà pure una scorta sul suo computer, l’iPhone o l’iPad, ma servirebbe a poco. Se gli sberleffi se li cerca, non si salva nemmeno in tribunale. Come gli è già successo.

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