C’è un libro appena uscito che nei palinsesti anti-Meloni è necessario pubblicizzare: si tratta del saggio di Tomaso Montanari La continuità del male, capitolo conclusivo di una sorta di trilogia delirante che comprende il pamphlet di Paolo Berizzi Il ritorno della bestia e lo sgangherato libro di Mirella Serri Nero indelebile. Ora Montanari ci spiega che al centro della visione di Meloni c’è la razza e che lei è affine a Trump perché vuole gerarchizzare razzialmente il mondo gestendo con rigore l’immigrazione irregolare. Si spinge poi a evocare il mito di Sparta, scartabella i libri delle edizioni di Ar di Franco Freda, scomoda Maurice Barrès: così il male scorre e si manifesta in varie forme fino a inondare Palazzo Chigi.
Lo scopo di questi testi è quello di intrupparsi nella corte che circonda il campo largo magari rimediando un seggio in Parlamento. Culturalmente, questo tipo di libri rientra pienamente in quel «revival del fascismo a scopo etico-ammonitorio che si celebra nelle nostre librerie» secondo un’ironica quanto felice espressione di qualche anno fa di Ernesto Galli della Loggia il quale giustamente non concordava con quella moda editoriale. I propagandisti dell’urfascismo di cui Giorgia Meloni sarebbe l’ultima manifestazione però non sempre hanno libertà di parola senza contraddittorio. Sicché è stato un quadretto assai esilarante il confronto tra lo stesso Montanari e Lucio Caracciolo a Ottoemezzo nella serata del martedì post-Pasquetta.
Montanari pontificava su questo male con cui Meloni sarebbe in continuità – fascismo e nazismo, che per lo storico dell’arte sono (sic!) intercambiabili e lo sono di certo nella vulgata del terrapiattismo storiografico che impera ormai quando si parla di fascismo – e citava la Costituzione baluardo dell’antifascismo quando Lucio Caracciolo si è sentito in dovere di fare pacatamente alcune precisazioni che hanno smontato le tesi del professore di Siena. Caracciolo ha fatto notare che, a guerra finita, furono gli stessi padri costituenti a voler chiudere i conti col fascismo in modo morbido reintegrando in politica i suoi seguaci al punto da rendere possibile che dopo cinque anni i capi del fascismo potessero essere eletti in Parlamento.
Ci soccorre ancora, per spiegare bene il concetto sottolineato da Caracciolo, un commento sul Corriere di Galli della Loggia di quattro anni fa nel quale scriveva che «a differenza di molti orecchianti che scrivono oggi di queste cose, gli antifascisti, a cominciare da Togliatti, sapevano bene che il fascismo non era stato l’invasione degli Hyksos. Ma ben altro. Era stato il prodotto della crisi politica del primo dopoguerra». Di qui la circostanza che nella nostra Costituzione il giudizio sul fascismo sia racchiuso in una norma transitoria, la Dodicesima, che vieta la ricostituzione del disciolto partito fascista.
C’è però – ammoniva l’editorialista – «un secondo comma che non viene mai ricordato». In esso si dice che una legge apposita dovrà stabilire «limitazioni al diritto di voto e all’eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista. Ma attenzione: queste limitazioni, si aggiunge, dovranno essere temporanee e comunque in vigore per “non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione”. Insomma, i “capi responsabili del regime fascista” – tanto per fare qualche nome di quelli allora ancora in vita, Federzoni, Scorza, Grandi, Bottai, Vidussoni e compagnia bella – dal 1953 in poi avrebbero potuto tranquillamente sedere e dire la loro nel Parlamento della Repubblica».
A questo ha fatto riferimento Caracciolo. Questo sta scritto nella Costituzione che la sinistra barricadera si vanta di avere salvato votando No al referendum sulla riforma della magistratura. Al che Montanari ha replicato con la sicumera di un Vyšinskij che il fascismo è l’unica opinione che la Costituzione non ammette. In realtà anche questa è una forzatura che non trova riscontro nel testo della Carta. Ma il mondo immaginario di Montanari è ancora quello ammuffito della Prima Repubblica, altrimenti non sentirebbe la necessità di sollevare la pregiudiziale antifascista.