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Mattia Tombolini sotto la redazione di Libero. Ecco la foto-avvertimento "C’è puzza di carogna"

di Massimo Sanvito lunedì 20 aprile 2026

3' di lettura

“J’ho portato er curriculum”. Sorride Mattia Tombolini, l’ex assistente di Ilaria Salis al Parlamento europeo, sotto le redazioni di Libero e Giornale. Lo scatto, postato sui social dopo le 22 di sabato sera, fa subito il giro delle chat d’area antifa. E non inganni la didascalia in romanesco: quella che a prima vista sembra una risposta scherzosa alle nostre inchieste su centri sociali, collettivi e anarchici è in realtà un messaggio alla galassia antagonista, che assume un valore ancora più significativo alla luce di quanto successo a Milano proprio quel giorno. Il sabato milanese di Tombolini, infatti, era cominciato col corteo anti-Lega, partito da piazza del Tricolore e chiuso in Porta Romana, che in via Borgogna ha assaltato la polizia a suon di bottiglie di vetro, petardi e fumogeni. In quello spezzone, dove lo stesso fu portaborse della Salis era presente (lo testimoniano alcuni video da lui stesso pubblicati), c’erano le sigle più radicali dell’antagonismo milanese, ovvero il Lambretta (regolarizzato nel 2023 dalla giunta Sala) e lo Zam.

Professionisti del disordine, violenti per passione. Insomma, gente poco incline al dialogo ma più propensa a muovere le mani. E così, un post su instagram e facebook davanti alle insegne luminose di due giornali “nemici” non può che preoccupare (Libero e Giornale sono già “sotto scorta” dalla scorsa estate dopo un sit-in di protesta orchestrato dai pro-Pal sotto l’edificio che ospitale due redazioni). È una miccia che può scatenare un incendio. E infatti, sentite un po’ il tenore dei commenti alla fotografia... A chi gli scrive “immagino l’odore da fuori” Tombolini risponde: “Stavo a scrive tante cose ma me sto bono dai (puzza de carogna)”. Il messaggio è poi stato cancellato ma ciò non toglie la gravità dell’attacco alla stampa colpevole di non essere allineata al pensiero antagonista. Hai capito i democratici? “Dentro e contro”, commenta un utente. “Fai sei passi avanti che sei a portata de secchio de piscio”, gli consiglia un altro (e l’ex assistente militante risponde con una risata). “Altro che le fotacce dei pennivendoli!”, arringa poi un’altra ancora. Non mancano poi le stilettate.

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Eccone alcune: “Gli hai portato il curriculum per pulire i cessi? Bravo!”; “Povero comunista”; “A lavorare quando ci vai?”; “Ma vai a dormire di notte”; “Arrogante e ignorante innanzitutto”; “La lingua ed i toni utilizzati livello editore di sinistra. Il grosso problema sarà quando governeranno loro”. Una piccola spiegazione per i lettori che non sono di Milano e che dunque non conoscono la zona. La nostra redazione, in via dell’Aprica, non è “di passaggio”. Nel senso che per passarci davanti ci devi venire di proposito. E se è vero che nel tardo pomeriggio di sabato Tombolini ha presentato il libro da lui curato, Antifascismo illegale, alla Libreria Les Mots all’angolo tra via Carmagnola e via Pepe, dunque a poco più di chilometri dalla sede di Libero e Giornale, è altrettanto vero che il blitz non può esser stato casuale. Quella foto-avvertimento è stata cercata e voluta. Due giorni fa, tra l’altro, pure la sua ex capa onorevole (anche lei in piazza contro la Lega ma nello spezzone “Milano è migrante”) si è data alla fotografia, pubblicando una piazza Duomo mezza vuota e scrivendo: “Quattro gatti in piazza Duomo per la manifestazione della Lega e i Patrioti europei sulla remigrazione. La prossima volta statevene a casa che fate più bella figura!”. Peccato che si trattasse di uno scatto a manifestazione pressoché finita, quando gli interventi dei leader sovranisti dal palco si erano conclusi... «Come diceva Berlusconi: “Non sapete nemmeno scherzare”», ha scritto nelle sue storie instagram Tombolini in serata. No, perché quando qualcuno con precedenti penali e legami consolidati all’interno delle frange più oltranziste degli agitatori di piazza si prende la briga di farsi fotografare in posa provocatoria sotto la sede di giornali a lui sgraditi non c’è proprio da scherzare. E nemmeno da ridere.

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