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Guccini guarda il Gf: la sinistra nel panico

Ragazzi, che contropiede. Che Avvelenata mediatica e culturale, come l’omonima canzone (il suo vero capolavoro, quello con cui sono più a disagio i maestrini che vogliono intrappolare il Maestrone nello stupidario engagé)
di Giovanni Sallusti mercoledì 6 maggio 2026

3' di lettura

Ragazzi, che contropiede. Che Avvelenata mediatica e culturale, come l’omonima canzone (il suo vero capolavoro, quello con cui sono più a disagio i maestrini che vogliono intrappolare il Maestrone nello stupidario engagé). Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa/ Però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia, intonava Francesco Guccini in quel brano così eterodosso rispetto alla regola che volevano cucirgli addosso. Chissà cosa penseranno oggi i personaggi del demi-monde pseudoculturale ancora più falsamente austeri e i militanti della Ditta ancora più ottusamente severi di quella che è a tutti gli effetti una confessione, da parte del cantautore più equivocato in bozzetto contestatario. Più che una confessione, in realtà: una dichiarazione di flagrante consumismo televisivo, addirittura tardo-berlusconiano.

«Guardo molta televisione. Guardo anche programmi che potrei definire spazzatura come Temptation Island o il Grande Fratello». Testi e musica gucciniani, durante l’incontro “Canterò soltanto il tempo” ai Chiostri di San Pietro di Reggio Emilia, legato all’omonima mostra sulla sua vita. Immaginate il contraccolpo tra le teste d’uovo della sinistra schleinizzata, il panico tra gli esegeti posticci sparsi nelle redazioni del Giornale Unico, lo smarrimento tra le mezze tacche del Politicamente Corretto avvezze a indossare l’eskimo immaginario della superiorità culturale. Non solo Guccini, come rivelò in un’intervista, l’eskimo lo comprò «durante il servizio di leva a Trieste perché faceva un freddo boia e costava poco» (già nell’omonima canzone del resto lo definì «dettato solo dalla povertà», non dalla «rivolta permanente» che è roba buona per i figli di papà borghesi di pasoliniana memoria).

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Adesso si scopre pure che nel suo emero rural-mitologico di Pavana, poche centinaia di anime rintanate nell’Appennino tosco-emiliano, fa indigestione di cultura popolare, o sottocultura pop, o programmazione commerciale più o meno scientemente trash, dipende dalla gradazione del complesso di superiorità di chi queste categorie le ha escogitate. E che oggi è scosso: non Guccini, dannazione, non il totem dell’impegno cantautoriale, il Sartre della musica italiana, la colonna sonora del Sessantotto eterno in cui la meglio (ex) gioventù progressista vive. La verità è che non c’è nessuna contraddizione, quello era il Guccini a loro uso e consumo, non il Guccini reale. Quest’ultimo odora di popolo in ogni sua fibra, fisica e poetica, è la scarsità stoica della gente appenninica, la ricostruzione del Dopoguerra mattone su mattone, il prozio emigrato in America a sputare “lavoro e sangue” per sempre trasfigurato in Amerigo, le feste dell’Unità dove la birra e la salamella diventavano senza soluzione di continuità incontro, rivelazione esistenziale, microstoria di mani callose che si fonde con la macrostoria dell’utopia fraintesa, la classe operaia che voleva essere mitopoiesi e diventava infine salutare, prosaicissima sbronza condivisa.

Come presenta se stesso in Addio: Io, figlio d’una casalinga e di un impiegato/ Cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna/ Che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia/ io, tirato su a castagne ed ad erba spagna/ Io, sempre un momento fa campagnolo inurbato. Guccini era quell’umanità lì e sì, era anche quella sinistra lì, all’incrocio tra il comunismo duro della falce contadina e del martello operaio e certa tradizione anarchica emiliano-romagnola. Un abbaglio, certo, un ideologismo estremo anche pericoloso, ma non qualcosa che aveva reciso le radici (titolo del suo album forse più politico), il legame popolare. Piuttosto, qualcosa che si nutriva di esso. E che oggi, con noncuranza quasi provocatoria, rivendica di guardare le trasmissioni che guarda il popolo, mentre i dotti della Ztl lo additano schifati. «Mi diverto molto a vederle, naturalmente con quello spirito un po’ snob», aggiunge, ed è una formidabile postilla di autoironia, materia completamente oscura ai dotti. Al diavolo, viva i saggi ignoranti di montagna.

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