Francesca Albanese - che Pd, Avs e M5S si litigheranno col coltello fra i denti come candidata alle prossime elezioni parla al Senato. Accompagnata infatti dagli esponenti Peppe De Cristofaro (Alleanza Verdi e Sinistra), Laura Boldrini (Pd) e Dario Carotenuto (M5S). Sì lui, il flottigliante. Quello che si è paragonato, rimanendo serio, agli ostaggi israeliani catturati dai tagliagole di Hamas. L’evento si è svolto nella Sala Caduti di Nassiriya intitolata in ricordo della strage dei nostri soldati in Iraq ad opera di un terrorista marocchino. La deputata grillina Emanuela Corda ebbe a dire che di lui non se ne doveva parlare «solo come di un assassino» ma «anche come di una vittima oltre che carnefice». La Albanese si sarebbe forse complimentata ed ha parlato liberamente per oltre un’ora. Nessuno ha osato disturbare quella conferenza stampa. Come è sacrosanto che sia in una democrazia. Peccato che questa accortezza alberghi solo a destra e non anche a sinistra. Qualche mese fa alcuni parlamentari di destra volevano tenere una conferenza stampa sul tema delle conseguenze dell’immigrazione incontrollata e sulla necessità di valutare la remigrazione come possibile strumento di politica migratoria. È scoppiato il caos. Ingresso bloccato, il solito “Bella ciao” e nessuna conferenza.
Scena che si ripete ogni volta La differenza fra i due schieramenti è antropologica, quasi genetica. A sinistra la pratica del tappare la bocca all’avversario è sistematica e non occasionale. Basta avere l’accortezza di etichettare l’interlocutore come “fascista”, “razzista” o “nazista” e si apre automaticamente un ventaglio di opzioni. Tipo menù a tendina in un qualsiasi software gestionale. La logica è semplice: se sei un fascista, e se tale sei lo decidono loro, non puoi parlare. Ed una volta rotto un argine vale tutto. Odifreddi commenta l’uccisione di Charlie Kirk dicendo che «chi semina vento raccoglie tempesta». Rosy Bindi si chiede, non si sa se con sarcasmo o dispiacere, del perché gli attentatori che sparano a Trump non fanno mai centro. Mettiamo che le è scappata la frizione ed è andata di complottismo un tanto al chilo. Sono due etti che faccio dottò lascio? Ma i temi e gli argomenti della Francesca Albanese sono a dir poco scivolosi. Se i crimini del nazismo (con la imperdonabile acquiescenza del regime fascista nella fase terminale della sua esistenza) sono riconducibili allo sterminio sistematico degli ebrei, qui la Albanese ha ben poco da insegnare. O forse troppo. Facendosi scudo del ruolo ricoperto in Onu afferma a caldo che il massacro del 7 ottobre «è stata la risposta all’oppressione di Israele». Di nuovo siamo alla giustificazione, alla contestualizzazione se non alla vera e propria esaltazione. Ma più di ciò che Albanese afferma, preoccupa ciò che lei non riesce proprio a dire. Ricordate Fonzie in Happy Days? Non ce la faceva a dire «ho sbagliato». Gli si murava la bocca e mugolava sofferente monosillabi incomprensibili.
TENERA CON HAMAS
E la Albanese non riesce proprio a dire che Hamas è un banda di feroci tagliagole. È più forte di lei. «Ma Hamas è un’organizzazione terroristica?» le chiedo secco e senza preamboli in una puntata di Coffee Break su La7. La Albanese inizia a farfugliare: «Che c’entra?... Se Hamas è un’organizzazione terroristica o meno? ... Non è questo il punto». Ci mancava solo un «come se fosse Antani». La Albanese ha fatto scuola. E nemmeno alle nostre latitudini si riesce infatti ad ammettere che il fatto di Modena sia un atto terroristico. Ma solo opera di uno squilibrato che non è stato curato a dovere. Gira e rigira è colpa nostra. E che non lo sai? Ovviamente ieri il discorso della Albanese è stato a senso unico. “Genocidio” è la parola passe-partout. Non puoi parlare di Israele se non parli di genocidio. Matematico. Ed ha avuto buon gioco facendosi scudo dell’ignobile pagliacciata con cui il ministro israeliano Ben Gvir ha deriso i flottilleros. Peccato però che le legnate quei perdigiorno le abbiano prese nella Spagna dell’idolo Sanchez al momento però in tutt’altre faccende affaccendato visti gli scandali di corruzione. Francia e Germania (dove non governa la destra) l’hanno condannata ufficialmente per antisemitismo dopo le sue dichiarazioni sul 7 ottobre. Gli Stati Uniti l’hanno sanzionata più volte, definendola responsabile di “malignant antisemitism” e di sostegno al terrorismo. Anche il sinistratissimo Canada si è espresso contro di lei. L’Adl e Un Watch hanno documentato anni di dichiarazioni in cui Albanese ha paragonato Israele ai nazisti, minimizzato gli orrori di Hamas e usato stereotipi antisemiti. La Albanese è insomma una delle italiane più conosciuta all’estero. Un brand. Tipo Ferrari. E vista la bruttezza dell’ultima creatura (la Luce che sembra una Hyundai), la distanza fra i due marchi non è neppure così incolmabile.