Quante vite ha vissuto Valter Lavitola? Anzi Valterino, come lo chiamavano nella federazione giovanile socialista alla quale si era iscritto a 18 anni? Militante politico, giornalista (poi radiato), lobbista politico, mediatore imprenditoriale internazionale, ristoratore. Sempre sul filo.
I giornali del secolo scorso, quando nell’“Italia dei misteri” abbondavano figure come lui, lo avrebbero bollato come “faccendiere”. Quelli attuali, pensando al suo ruolo nella prima decade gli anni Duemila, coincisi con l’ultima fase del berlusconismo - almeno quello politicamente più significativo - lo hanno definito “facilitatore”.
Nato a Salerno il 16 giugno di sessant’anni fa, Lavitola da lunedì sera affronta l’ultimo capitolo della sua vita sulle montagne russe. Dovrà difendersi dall’accusa di essere il mandante dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci, conduttore di Report. Un fulmine a ciel sereno, ora che Lavitola era noto solo per essere il proprietario del bistrot Cefalù, specialità pesce, nel quartiere Monteverde di Roma (quattro stelle su cinque su Tripadvisor; quattro e mezzo su The Fork).
DA CRAXI AL CAV
La prima vita di Lavitola è quella di militante politico con qualche mossa spregiudicata. Socialista fino al tramonto del craxismo, nei ritratti che gli sono stati dedicati in queste ore è spuntata anche una sua presunta adesione a una loggia massonica romana. Quando il Garofano declina, Valterino come tanti socialisti approda in Forza Italia.
La prima mossa, nel 1996, è quella di rivitalizzare l’Avanti!, lo storico giornale del Psi. Con un piccolo espediente per evitare rogne: aggiunge al nome della testata l’articolo determinativo e l’apostrofo. Formalmente, dunque, è un altro giornale. Il quotidiano ha una vita travagliata: chiude, poi riapre il 16 gennaio 2003 con Lavitola - che nel frattempo ha stretto un sodalizio con Sergio De Gregorio, l’ex senatore dell’Italia dei Valori poi fondatore del movimento “Italiani nel mondo” - alla direzione. È in questa veste che Valterino, che manca l’elezione all’Europarlamento nel 2004, irrompe sulla scena: nel 2010 pubblica i documenti, provenienti dall’isoletta caraibica di Saint Lucia, che indicherebbero in Giancarlo Tulliani, “cognato” dell’allora presidente della Camera, Gianfranco Fini, il proprietario della “casa di Montecarlo”. È il momento dello scontro tra Berlusconi e l’ex leader di An e Lavitola fa di tutto per accattivarsi i favori del Cav. Lo fa anche quando parte la caccia ai voti per conservare la maggioranza al Senato. Mossa che gli costa l’accusa di “compravendita di senatori”: condannato in primo grado, si salva con la prescrizione.
IL FRONTE ESTERO
Ma i guai arrivano lo stesso in serie: Lavitola finisce nel filone d’inchiesta che riguarda il “caso escort” Tarantini-Berlusconi. L’accusa è di tentata estorsione nei confronti dell’ex premier. Nel frattempo Valterino non c’è: dal settembre 2011 è in Centro e Sudamerica. Si muove tra Panama e Argentina. Proprio la sua attività all’estero gli causa l’apertura di altri fronti giudiziari per una serie di appalti nel Paese del Canale.
La procura di Napoli gli contesta l’appropriazione indebita di oltre 20 milioni di euro di finanziamenti pubblici per il suo Avanti! (cifra per la quale patteggerà la pena di tre anni e otto mesi e che sarà condannato a restituire dalla Corte dei Conti).
I giornali scrivono «Lavitola latitante». Lui nega: «Non è vero. Sono all’estero per lavoro». Piumino blu senza maniche, maglione bianco, jeans, scarpe da ginnastica, zainetto e trolley, Lavitola sbarca a Fiumicino nell’aprile 2012 per raggiungere il carcere di Poggioreale. Nel 2013 arriva la condanna a due anni e otto mesi per aver chiesto al Cav cinque milioni di euro mai versati - in cambio del silenzio sulle cosiddette “cene eleganti” (pena diventata definitiva, sedici mesi di reclusione, nel 2014). Dopo quattro anni di carcere scontati a Secondigliano, ecco i domiciliari. Ma c’è un intoppo: Lavitola non li rispetta e finisce a Regina Coeli. L’ultimo colpo di teatro. O forse no.