Tra il conduttore di Report Sigfrido Ranucci e l’ex faccendiere, oggi ristoratore vip di Roma, Valter Lavitola c’era un’«amicizia vera», continua a dichiarare il giornalista Rai incredulo di fronte ai tasselli che hanno portato ieri la Procura di Roma a indagare per strage con l’aggravante dell’associazione mafiosa l’ex editore de L’Avanti!. All’uomo, pregiudicato e noto alle cronache per misfatti di varia natura con vittime eccellenti come Silvio Berlusconi (di cui Lavitola si diceva amico e consigliere) fino a ieri mancava proprio l’accusa di essere un tentato stragista. Arrivata a nove mesi dall’esplosione di Pomezia, di fronte a casa di quel giornalista che fino a ieri parlava di Lavotola come di un autentico amico.
Un paradosso che lo stesso conduttore di Report fatica a metabolizzare. Secondo la Direzione distrettuale antimafia di Roma proprio Lavitola sarebbe stato il mandante dell’attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 davanti alla casa del giornalista.
Ieri mattina all’alba la perquisizione dei carabinieri a casa del ristoratore, dove sono stati sequestrati cellulari, computer, tablet, hard disk e documentazione informatica utili all’inchiesta per cui la scorsa settimana sono finiti in manette quattro uomini considerati gli esecutori materiali dell’attentato.
Il quinto uomo, tuttora latitante, è Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense di 47 anni, persona di fiducia di Lavitola, ritenuto l’intermediario scelto per «individuare soggetti in grado di reperire esplosivo e farlo esplodere» di fronte a casa Ranucci in provincia di Roma. Gli inquirenti sostengono addirittura che il 16 settembre, un mese prima dell’attentato, Lavitola avrebbe effettuato un sopralluogo nei pressi dell’abitazione dell’anchorman Rai. Assieme a lui sempre il fidato Tavares che, dopo l’esplosione, sarebbe stato agevolato nella fuga all’estero, probabilmente proprio nel natio Camerun, dallo stesso Lavitola.
«Non nascondo un certo stordimento perché con Walter abbiamo un rapporto di amicizia», ha dichiarato Ranucci. «Dal 2019, dopo che è stato oggetto di alcune nostre inchieste, Valter è stata anche una fonte». Parole che restituiscono tutta la sorpresa del giornalista, fotografato insieme a Lavitola nel 2023 durante una cena resa nota dal quotidiano Il Riformista.
Una vicenda dai tratti pirandelliani in cui, al momento, si fa fatica a strecciare le trame. Con Lavitola che non parla e Ranucci che continua a fare dichiarazioni confuse. «Da una parte mi vengono i brividi e dall’altra mi viene da ridere», racconta alle agenzie che continuano a chiamarlo. «Ho sempre detto dall’inizio che era un messaggio mandato a qualcuno attraverso me». Per questo continua a sostenere che, anche qualora emergessero responsabilità di Lavitola, «quell’attentato non era finalizzato a fare del male a me e alla mia famiglia. Di questo sono assolutamente certo».
Il problema è che il movente, almeno per ora, resta un rebus. «Non lo so», ammette lo stesso conduttore. «Il movente non c’è scritto nell’atto di perquisizione, c’è scritto che si indaga per capirlo». Una frase che fotografa perfettamente il punto dell’indagine: accuse gravissime, ma ancora prive della risposta alla domanda fondamentale: perché.
Ranucci respinge invece con decisione una delle ricostruzioni circolate nei mesi scorsi. «Qualcuno mi ha detto che l’attentato era per fare un favore a me, a mia insaputa. Ma che favore? Di cosa stiamo parlando? Mi sono dovuto comprare le macchine da solo, quarantamila euro. Ho l’esercito davanti casa. E non è che avessi bisogno di visibilità in quel momento». Un’ipotesi che liquida con evidente amarezza.
Resta il fatto che, ad oggi, pur senza movente, le tessere del mosaico messo insieme dagli inquirenti combaciano. Quello che serve è riuscire a trovare la logica che le tiene insieme per cui servirà un solido supplemento di indagini che possa rivelare ulteriori colpi di scena.