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Un altro faccendiere alla corte di Ranucci

di Giacomo Amadori mercoledì 12 agosto 2026

8' di lettura

Oggi, mercoledì 12 agosto, Valter Lavitola dal carcere di Rebibbia ha confessato di essere stato il mandante dell'attentato dinamitardo a Sigfrido Ranucci. Ma, tramite il suo legale, ha fatto sapere che non intendereprecisare se il conduttore di "Report "ne fosse a conoscenza. Vi riproponiamo l'articolo di Giacomo Amadori uscito oggi su Libero

Sigfrido Ranucci deve essere una sorta di magnete per faccendieri. Infatti l’«amico fraterno» Valter Lavitola, arrestato lunedì come presunto mandante della bomba piazzata davanti alla casa del conduttore di Report, non era il solo pregiudicato a cui il conduttore ha chiesto notizie o consigli. A novembre il giornalista ha convinto la Procura di Roma a sentire come testimone un’altra sua fonte dal passato oscuro, il sessantottenne romano Marco Bernardini, l’ex informatore del Sisde (i vecchi servizi segreti interni) condannato in via definitiva a 5 anni e 8 mesi per i dossieraggi illegali Telecom (le contestazioni iniziali andavano dalla rivelazione di segreto di Stato all’associazione per delinquere, dalla corruzione all’accesso abusivo). Erano i tempi della Security guidata da Giuliano Tavaroli, che confezionò report illeciti su circa 5.000 personalità (politici, imprenditori, giornalisti, uomini della finanza e anche uomini dello sport), senza andare troppo per il sottile. La squadretta non usava solo hacker per spiare gli obiettivi, ma anche investigatori privati. Tra questi Emanuele Cipriani e Bernardini, che, al contrario di altri coindagati, non sono stati salvati dalla prescrizione. Cipriani ha preso 5 anni, Bernardini, come detto, quasi 6.

Report, nonostante il curriculum particolare, ha intervistato il secondo nell’inchiesta sull’incontro all’autogrill tra Matteo Renzi e un altro amico di Tavaroli, l’ex dirigente del Sismi e poi del Dis Marco Mancini. L’inviato Giorgio Mottola ha presentato Bernardini come ex agente del Sisde, nel cui organico, però, a quanto risulta a Libero, non è mai stato assunto. Ha fatto l’informatore, ma non l’effettivo. Eppure in tv ha potuto dire la sua come se conoscesse chissà quali segreti.
In video ammette di aver «svolto tantissimi dossieraggi» e di aver inviato in anteprima i suoi report a «John Spinelli, ex numero due dell’agenzia spionistica americana a Roma». La squadra di Tavaroli utilizzò l’ex agente statunitense come fornitore dopo che questi era andato in pensione. In questo mercato internazionale di informazioni sensibili l’ex fonte del Sisde aveva piazzato la sua bancarella.

Tre lustri dopo, con una condanna definitiva alle spalle, Bernardini è diventato un affidabile «consulente» di Report. Al punto tale, che dopo l’attentato a casa sua, Ranucci lo ha spedito in Procura per quello che, oggi, appare come un chiaro depistaggio investigativo. All’inizio del verbale si legge: «Il signor Bernardini si presenta spontaneamente a seguito di contatti intercorsi per le vie brevi (a voce, ndr) tra il procuratore della Repubblica di Roma (Franco Lo Voi, ndr) e il giornalista Sigfrido Ranucci, dove quest’ultimo ha indicato Bernardini quale persona che potrebbe riferire circostanze utili in relazione all’attentato subito dal dottor Ranucci nello scorso mese di ottobre». Nella sua prima risposta, Bernardini svela il legame con il conduttore, che si sarebbe rivolto all’investigatore per scoprire se fosse «spiato»: «Quest’estate ho incontrato Ranucci, in quanto aveva dei problemi e mi ha chiesto se potevo interessarmi per sapere se in qualche modo era ascoltato o pedinato da qualcuno. Questo sulla base delle mie pregresse conoscenze ed esperienze personali e professionali».

Quindi Ranucci non solo era un «amico fraterno» del pluripregiudicato Lavitola, presunto mandante dell’ordigno esploso davanti a casa del giornalista, ma, non sentendosi al sicuro, si era rivolto a un soggetto come Bernardini, anziché alle forze dell’ordine. Da questo momento in poi l’ex fonte dei servizi segreti, davanti ai pm, descrive scenari inquietanti e prende di mira in particolare il vicedirettore dell’Aisi Carlo De Donno, mentre difende Giuseppe Deldeo, che al contrario di De Donno è finito indagato nell’inchiesta sulla cosiddetta Squadra Fiore, un’agenzia investigativa privata composta anche da ex 007 infedeli. «A circa 48 ore dall’incontro con Sigfrido sono stato contattato da un ex collega del Sisde, poi Aisi, in pensione da meno di un anno, che si chiama S.L.» fa mettere a verbale Bernardini lo scorso 21 novembre.
Il motivo ufficiale dell’abboccamento non è l’attentato, ma Bernardini approfitta dell’occasione per raccogliere informazioni: «In uno dei nostri incontri ho chiesto a S.L. se sapesse qualcosa su Ranucci e lui mi ha consigliato di evitare di averci a che fare perché era una persona scomoda, che poteva crearmi dei problemi soprattutto nella mia condizione di affidato in prova (dopo la condanna definitiva per i dossieraggi, ndr) e che, se lo avessi incontrato, avrei fatto bene a lasciare i telefoni a distanza. Mi ha detto in maniera piuttosto esplicita: “Lui è ascoltato quindi stai attento se ci parli perché rischi”». In ogni caso diversi 007 avrebbero apprezzato l’intervista rilasciata a Report da Bernardini: «S.L. mi ha detto che avevo fatto bene perché all’interno dell’Aisi è talmente tutto marcio che auspicava qualche conseguenza. Gli ho chiesto a quel punto se lui fosse disposto a testimoniare e la risposta è stata “sì” e che ci sarebbero anche tanti altri disposti a farlo. Perché all’interno dell’Aisi, coordinati da De Donno, molti appartenenti all’agenzia farebbero cose che vanno ben oltre i limiti del consentito».

Accuse pesantissime su cui Bernardini non porta alcun riscontro, se non chiacchiere da bar. In Procura il testimone racconta anche che avrebbe informato Ranucci «della disponibilità di S.L.» a rilasciare un’intervista, pur invitando il conduttore a «stare attento perché De Donno è molto potente per via dei suoi collegamenti politici». I pm, incuriositi, domandano quali siano questi «collegamenti» e Bernardini risponde: «Sicuramente non è la Meloni». Il testimone resta sul vago anche quando in Procura chiedono lumi sul gruppo che opererebbe «al di fuori delle previsioni di legge». Parla di «dossieraggi per interessi personali». Bernardini si limita a ricostruire un colloquio che avrebbe avuto con Ranucci sul possibile uso di queste strampalate informazioni: «Gli dico che se parlo io e anche S.L. dopo di me, quello che potrei dire sarebbe rafforzato. Mi riferisco alle attività che De Donno e la sua “cricca” portano avanti. So che hanno un software molto avanzato per intercettare, proveniente dalla Serbia, questo l’ho saputo per via della mia pregressa esperienza di nove anni in Serbia».

I pm pongono un quesito che, di fronte a tali affermazioni, diventa inevitabile: «Ritiene che De Donno possa avere implicazioni nell’attentato?». Il testimone batte in ritirata: «Non posso saperlo, posso solo confermare quanto detto prima». In verità gli inquirenti sembrano più interessati a raccogliere notizie su Deldeo, ma Bernardini, nel suo verbale, descrive l’ex vicedirettore dei Servizi interni come una vittima: «So solo che quando la Meloni non voleva più la scorta dell’Aisi dovevano trovare un capro espiatorio per le attività illegali di monitoraggio che verosimilmente compivano ai danni del premier e, quindi, lo hanno accompagnato alla porta. Anche Luca, il giornalista che mi ha intervistato (in realtà Giorgio Mottola, ndr), so che ha contattato Deldeo, ma quest’ultimo si è rifiutato di parlare».
Le toghe tentano di scucire al testimone qualche notizia sulla Squadra Fiore e Bernardini non dà loro soddisfazione: «Vi posso dire che tutta una serie di fughe di notizie, illegali, sicuramente ci sono. Io ho rapporti con agenzie investigative, loro mi hanno riferito che ad ogni scandalo l’unica cosa che cambia è che aumenta no i prezzi».

llora i magistrati, di fronte a una simile cortina fumogena, provano a capire perché sia Bernardini che Ranucci colleghino «questo pezzo di mondo» con la bomba. Ma il testimone svicola ancora: «Il fatto che possa essere ascoltato un giornalista che fa inchieste scomode, in parte può essere utilizzato dai servizi segreti per acquisire informazioni e sapere con chi il giornalista interloquisce e come ci arriva». Va bene, ma la bomba che cosa c’entra con l’eventuale ricerca delle fonti di Ranucci? Non si capisce. I pm evidenziano come Bernardini stia affrescando «un quadro piuttosto preoccupante», anche perché sta sostenendo che esista «una squadra autonoma all’interno dell’Aisi, diretta addirittura da uno dei vicedirettori, che compirebbe attualmente attività al di fuori della legge». Ma la ricerca di elementi concreti a suffragio di una simile tesi si arena miseramente.

Il verbale si impantana in storie di dossieraggi vecchi di più di vent’anni, che sarebbero avvenuti in Telecom e in Eni. I magistrati provano a tornare all’attualità e domandano se S.L. sia a «conoscenza, essendo uscito da poco, di situazioni illegali verificatesi in tempi recenti». L’ex fonte del Sisde delude di nuovo le aspettative dei suoi interlocutori: «S.L. ha deciso di non venire a testimoniare perché tanto il sistema non sarebbe stato sconfitto». Poi, però, dà agli inquirenti un suggerimento non richiesto: «Se venisse chiamato in Procura sarebbe obbligato a dire la verità, a meno che non voglia dire che non è vero niente e querelarmi.
Io per la parte mia ho deciso di venire a parlare per aiutare Ranucci, senza nascondere quanto a mia conoscenza».

Gli ultimi passaggi di questo verbale abbastanza surreale sono dedicati nuovamente al conduttore di Report. «Ranucci è a conoscenza di tutto quello che ho detto oggi a voi» precisa il testimone. «Io l’ho incontrato tre volte, una quest’estate, un’altra dopo l’attentato, quando gli ho detto queste cose. La questione principale era intervistarmi per parlare del fatto che vengono intercettati i giornalisti, ma ovviamente non potevo andare in televisione a dire quello che ho detto a voi». Bernardini ci riprova: «Io so solo di S.L., non conosco altri della cosiddetta “squadra” interna all’Aisi, lui invece sì. A Ranucci, ad ogni modo, ho detto che l’unico metodo per spiarlo, atteso anche che è sotto scorta, è “hackerargli” il telefono, per ascoltarlo quando chiama, vedere i messaggi e la posizione del Gps, al di là di altri sistemi che tuttavia ritengo più improbabili».

Anche Lavitola avrebbe ipotizzato che dietro all’attentato a casa Ranucci ci possano essere i servizi segreti. Il gip Iole Moricca, nell’ordinanza di arresto nei confronti del faccendiere scrive: «L’analisi del contenuto del telefono in uso a Lavitola ha permesso di accertare come lo stesso già nei primi giorni dopo l’esecuzione dell’atto intimidatorio, aveva iniziato a manifestare a Ranucci il proprio convincimento in merito a un possibile coinvolgimento di servizi segreti stranieri nel grave atto intimidatorio subito». Lavitola prima invia all’amico questo messaggio: «Dammi retta, ti scongiuro in nome di Dio». Poi ne manda un secondo: «Forse hanno avuto notizie da intelligence straniere per muoversi così a mio modesto avviso». Il faccendiere chiede al conduttore di «non sottovalutare questa cosa» e il giornalista lo rassicura: «Sì, certo». Cinque mesi dopo Lavitola propone la pista dei servizi anche a uno scettico Daniele Autieri, altro inviato di Report: «L’avvicinamento a marzo di Lavitola, in cui mi prospettava la pista dei servizi segreti italiani e israeliani, ad oggi, lo valuto anche come un possibile depistaggio» taglia corto, lo scorso 10 luglio, il cronista davanti ai magistrati. Evidentemente non tutti i giornalisti della Rai erano pronti a bersi le ciance dei faccendieri che ruotavano intorno a Ranucci.

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