L'impressione fatta da Valter Lavitola? "Non buona". A parlare è Don Franco che racconta il periodo in cui il faccendiere, oggi arrestato con l'accusa di essere il mandante dell'attentato a Sigfrido Ranucci, era detenuto nel carcere di Poggioreale. Ossia dal 2012 al 2015. "Nel suo modo di porsi avvertivo qualcosa di costruito, una capacità sottile di compiacere e di conquistare la fiducia di chi gli stava davanti. Il mio compito, però, non era giudicare nessuno. Ero lì per ascoltare e offrire a ogni persona una possibilità. Tutte le volte che mi chiedeva di parlare, mi rendevo disponibile. Si mostrava sempre affabile, cortese e premuroso", confessa il sacerdote intervistato dal Corriere della Sera. Eppure - aggiunge - "riuscì presto a guadagnarsi la fiducia degli altri detenuti e persino degli agenti".
All’apparenza il comportamento dell’amico del conduttore di Report era "impeccabile: partecipava con assiduità alla messa e chiedeva spesso di proclamare le letture durante le celebrazioni. Agli occhi di molti poteva sembrare una persona sincera e irreprensibile". Nonostante questo qualcosa non lo convinceva: "Non avevo prove concrete, ma percepivo una distanza tra ciò che mostrava e ciò che realmente cercava. La conferma arrivò quando, in un colloquio, che non era una confessione né un incontro riservato, cominciò a elogiarmi per il mio impegno in favore dei detenuti e disse di ammirare le dichiarazioni che leggeva sui giornali. Si propose di organizzarmi un’intervista sulle reti Mediaset. Mi ripeteva che ero particolarmente telegenico, che “sfondavo lo schermo” e che, grazie alle sue conoscenze, avrebbe potuto trasformarmi in un personaggio pubblico".
E anche di fronte al rifiuto del don, Lavitola "continuò a insistere. Più parlava, più avevo la sensazione che quelle lusinghe non fossero sincere, ma servissero a esercitare un’influenza su di me. Alla fine mi alzai e me ne andai senza neppure salutarlo. Quell’incontro aveva rafforzato tutti i dubbi che avevo maturato. Da allora decisi di non incontrarlo più".