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Sigfrido Ranucci, l'intervista al giornale dello Zimbabwe con cui si incastra da solo?

di Giacomo Amadori giovedì 3 settembre 2026

6' di lettura

Nel grande circo del bomba-gate mancava solo l’intervista («marchetta»?) di Sigfrido Ranucci a un giornale dello Zimbabwe sui carbon credit, l’affare portato avanti dall’«amico fraterno» Valter Lavitola e, forse, sul nemico giurato di quest’ultimo, sebbene mai indicato con nome e cognome. Il colloquio l’ha scoperto martedì il Tg1 e, improvvisamente, l’articolo è stato cancellato dal sito del giornale domenicale africano Standard, un settimanale economico. Ieri, però, è stato recuperato dal sito Mowmag, che lo ha ripubblicato online. Resta la domanda: chi ha fatto cancellare l’intervista a tempo di record? E perché? Il testo è francamente imbarazzante dal momento che mostra l’ex conduttore di Report mentre svolge più che l’attività di giornalista investigativo quella di consulente di Lavitola. Annuncia un’inchiesta di Report in Zimbabwe (avete letto bene) perché un cittadino locale avrebbe provato a truffare degli imprenditori italiani (i soci di Lavitola?) presentandosi come amico del presidente Emmerson Mnangagwa. Ranucci, sempre secondo il Tg1, avrebbe inviato le sue risposte in anteprima all’amico oste il 29 giugno, cinque giorni prima della perquisizione del faccendiere. L’intervista è stata pubblicata domenica 5 luglio.

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IL CONTENZIOSO
Proprio in quel periodo Lavitola aveva iniziato un contenzioso giudiziario con un ex socio, l’imprenditore Benjamin Chimutengo, il quale ritiene di essere il bersaglio delle accuse di Ranucci e ha chiesto che lo Standard gli faccia un’intervista riparatrice. Nell’articolo di due mesi fa il giornalista Kenneth Nyangani scrive di avere avuto «informazioni provenienti da ambienti diplomatici secondo cui Ranucci» stava «valutando un’indagine su presunti casi di corruzione in Zimbabwe». Il cronista avrebbe anche individuato il casus belli: «Dopo anni di attività e dopo aver individuato investitori potenziali significativi, un gruppo (di imprenditori italiani, ndr) ha deciso di lasciare il Paese». Anche per i comportamenti poco appropriati di un socio africano: «Le stesse fonti sostengono che un partner locale, detentore di una partecipazione di minoranza, avrebbe inviato messaggi presentandosi come una persona vicina al presidente dello Zimbabwe». Lo stesso presunto millantatore avrebbe «avviato azioni legali che inizialmente erano considerate con scarse possibilità di successo». Pure Ranucci, nell’intervista, cita fonti diplomatiche: «Finora ho contattato direttamente l’ambasciata dello Zimbabwe in Italia. L’ambasciatore, pur essendo molto cortese, ha fornito una collaborazione limitata. Al contrario, un alto funzionario dell’ambasciata è stato molto disponibile, fornendo informazioni ed esprimendo anche l’opinione che l’individuo che sostiene di agire per conto del presidente sia in realtà un impostore».

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Il succo dell’intervista è tutto qua. L’articolo assomiglia a un clamoroso assist per le cause giudiziarie di Lavitola e viene nobilitato con una tiritera pomposa e retorica sull’importanza del giornalismo d’inchiesta. Insomma, mentre dà dotte lezioni, Ranucci, in realtà, starebbe interferendo in vicende legali interne allo Zimbabwe, in una guerra commerciale tra soci. Ieri né Nyangani, né il direttore dello Standard, Kholwani Nyathi, né Ranucci, né il suo avvocato hanno risposto alle nostre domande. In compenso Chimutengo è stato molto disponibile. «È chiaro che Ranucci si riferisse a me, chiaramente sponsorizzato da Valter e dai suoi soci in affari Fabio (Mazzoni, titolare della Urban vision e di Neutralia, ndr) e altri partner. Sono venuto a conoscenza dell’articolo solo ieri, dopo aver parlato con uno dei miei contatti italiani. Sembra che il link dell’articolo sia stato rimosso». Confermiamo la cancellazione.

DIRITTO DI REPLICA
Chimutengo prosegue: «Sfido Ranucci a concedermi il diritto di replica e ho chiamato Nyangani il giornalista per chiedere formalmente la stessa cosa». Il giudizio sull’operato dell’ex conduttore di Report è severo: «Le azioni di Ranucci equivalgono a un abuso della sua posizione e dell’utilizzo di fondi pubblici per sponsorizzare l’amico “love bombing” (il termine ideato da Paolo Mieli ha fatto scuola, ndr) o comunque qualcuno coinvolto in ciò che stanno facendo in Italia». Chimutengo affonda il colpo: «Se un giornalista d’inchiesta o un’emittente sostenuta dallo Stato (come la Rai in Italia, finanziata con fondi pubblici) utilizza denaro di tutti, canali diplomatici o l’apparato statale, al di fuori del proprio mandato istituzionale, per promuovere interessi commerciali privati o diffamare un individuo, ciò solleva gravi questioni giuridiche relative all'uso improprio di risorse pubbliche e all'abuso di potere». Chiediamo all’intervistato se sia vero che dicesse in giro di conoscere il presidente dello Zimbabwe per fare affari. Ma l’imprenditore nega: «Non l’ho mai sostenuto e chiedo a chi mi accusa di fornire prove concrete del fatto che io abbia fatto tali affermazioni».

Attraverso Libero, Chimutengo rimprovera Ranucci per le sue accuse senza contraddittorio: «Perché non mi ha contattato, come stanno facendo tutti coloro che parlano di me in Italia? Perché lanciare allusioni quando tutti abbiamo nomi e numeri di telefono e le questioni di cui si parla sono già discusse nei tribunali?». Ma esiste davvero un’inchiesta di Report in Zimbabwe? «Non mi risulta che giornalisti della trasmissione stiano lavorando attualmente nel mio Paese». Quali problemi erano sorti con Lavitola nel periodo dell’intervista? «Valter è sotto indagine per frode mediante falsa rappresentazione (un reato previsto nel sistema giuridico anglosassone, una fattispecie che nel nostro codice viene assorbita dall’accusa di truffa, ndr). Si è rivolto al governo e alle comunità locali sostenendo di poter investire 20 milioni di dollari statunitensi a titolo personale. Ulteriori verifiche hanno fatto emergere che non disponeva di tale capacità finanziaria. Ma indurre in errore il governo e le comunità al fine di ottenere contratti costituisce un reato». Come sono arrivati a Ranucci i giornalisti dello Zimbabwe? «Non ho idea di come lo abbiano trovato. Sospetto che una persona chiamata Musara, che lavora presso l’ambasciata italiana dello Zimbabwe, abbia aiutato Valter a infiltrarsi nel sistema di sicurezza del mio Paese. È un’ipotesi che faccio sulla base di alcuni messaggi WhatsApp che ho potuto visionare». Una di queste conversazioni contiene lo sfogo di una legale: «Ho dato ascolto a Musara perché è il numero due dell’Ambasciata dello Zimbabwe a Roma ed è venuto lì appositamente quindici giorni fa per capire cosa stesse succedendo. Perciò, pensavo che avesse già parlato con te. E ora ho capito che, a causa di questo, perderò il lavoro. Valter è deluso da me, perché si sta dimostrando davvero troppo duro». L’interlocutore concorda: «Sì, anch’io sto ricevendo molte minacce... beh, vediamo come va a finire».

MESSAGGIO AI LEGALI
C’è poi un messaggio di Lavitola a uno dei suoi legali. In esso si fa riferimento proprio a Chimutengo («Ben») e al già citato Musara: «lo non ho mai detto a te, di contattare Ben per trattare con lui. Ho detto di verificare chi era la persona della polizia che aveva detto che per 30.000 dollari Ben usciva da questa situazione. E io ho preparato una denuncia contro di lui e contro tutti quelli che si sono messi in questa vicenda, incluso chi non ha condotto le indagini come le indicazioni che aveva ricevuto. Io ho detto a Musara, che mi sollecitava la chiusura di questa vicenda per non creare uno scandalo, che se lui restituisce gli asset e si prende la società a me non interessa più questa società. Come ti ho detto, ho dato incarico agli avvocati di verificare le condizioni per liquidarlo». Grazie ai suoi contatti diplomatici Lavitola aveva provato a indirizzare le indagini contro Chimutengo e, una volta fallito il piano, si è giocato la carta Ranucci? Oggi Chimutengo farà l’intervista riparatrice: «Non conosco personalmente i giornalisti dello Standard. Ho dovuto rintracciarli dopo essere stato informato dell’articolo. Ho contestato a Nyngani il fatto che non mi avesse cercato per concedermi il diritto di replica, perché ero convinto che conoscesse il mio nome o che qualcuno glielo avesse comunicato. Devo capire come Ranucci sia arrivato a lui, a quali investitori italiani si riferisca e, infine, chi sia il funzionario dell’ambasciata dello Zimbabwe che ha agevolato le sue attività». Resta solo da attendere la prossima puntata.

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