«Report aveva chiamato la mia segretaria, Lorenza, dicendo una cosa diversa. “Assessore, guardi che le vogliono fare un’intervista al Bentegodi (lo stadio di Verona, ndr) sulle realtà sportive della città”. Io avevo la delega allo Sport. Dopo aver chiesto al mio dirigente ho accettato. Vado là, inizia l’intervista e Ranucci, che neanche conoscevo perché non conduceva lui il programma, dopo due minuti comincia a domandarmi tutt’altro: di presunti voti di scambio, rapporti con la ‘ndrangheta, di una denuncia per violenza carnale su una signora rumena peraltro già archiviata tre anni prima in appena venti giorni... Solo allora Ranucci mi ha detto che era lì per Report». Il programma era condotto da Milena Gabanelli.
IN FUGA DAI COMPAGNI
Era il 10 febbraio 2014. La puntata è andata in onda due mesi dopo. Marco Giorlo, allora 58enne, era assessore della giunta di Verona guidata dall’ex leghista Flavio Tosi. Prima di fare l’assessore faceva il capotreno. Lo ha fatto per quarantun anni. È stato a lungo sindacalista della Cgil. «Ma dalla sinistra sono scappato: sono stato eletto con la Margherita, con l’Ulivo, e fatalità quando sono andato col centrodestra è cominciato tutto...».
Giorlo è nato a Milano, ha origini calabresi, vive a Verona dal 1970 e in questa vicenda non ha perso solo 80mila euro, le spese per l’avvocato e i mancati stipendi da assessore, carica da cui si è dovuto dimettere travolto dall’indagine mediatico-giudiziaria. Si è separato dalla moglie. E in città, per i suoi detrattori, è rimasto “il mafioso”. «Questa storia mi ha sfasciato. Qualcuno mi tratta ancora come un appestato. A me, che mio padre ha fatto il carabiniere e il vigile urbano a Bardolino, sul lago di Garda».
La vicenda inizia così. «Report aveva appena ricevuto una segnalazione sul mio conto: dei politici locali, tra cui un avvocato che poi sarebbe diventato l’avvocato di Ranucci, avevano presentato un esposto in procura contro di me dicendo di aver ricevuto a loro volta quelle informazioni da altre persone». Siamo a dicembre 2013. Giorlo avrebbe saputo solo sei mesi dopo d’essere indagato: la legge lo prevede.
Le accuse erano di associazione a delinquere di stampo mafioso, voto di scambio, corruzione, poi la violenza sulla signora rumena che la stessa ha successivamente negato. «Sarei finito in galera per una ventina d’anni, mi è crollato tutto addosso, la mia vita è andata a rotoli, ero devastato». Così per 14 mesi. Il calvario giudiziario e l’etichetta di mafioso. «Sa cos’è successo dopo?
Tutto archiviato, “il fatto non sussiste”». Il giudice per le indagini preliminari ha sentenziato: “Vista la richiesta di archiviazione avanzata dal pubblico ministero, ritenuto che le argomentazioni con le quali chiede l’archiviazione per infondatezza della notizia di reato siano pienamente condivisibili (...) le dichiarazioni sulle quali si basa la notizia di reato non hanno trovato sufficienti riscontri (...)».
Giorlo era stato soprannominato da Ranucci “mister preferenze”. «Avevo 3mila voti, che erano tantissimi a Verona soprattutto per uno come me, una persona semplice con un lavoro normalissimo. È stato un successo strepitoso. Con tutti quei voti il sindaco mi ha fatto fare l’assessore, ma io volevo occuparmi di servizi sociali, non di sport. Comunque non avevo deleghe per dare degli appalti e distribuire lavori pubblici di qua e di là, non avevo né l’urbanistica né l’edilizia privata. L’obiettivo principale di Ranucci, insieme alla sinistra», sostiene, «era quello di far sciogliere l’amministrazione comunale per infiltrazioni mafiose, commissariarlo. Dopo quell’intervista al Bentegodi, Report è venuto altre volte da me, mi pare due volte, sempre sotto casa mia. Volevano la testa di Tosi, mi chiedevano delle cose, ma non sapevo nulla. Peraltro anche sull’allora sindaco non hanno trovato niente finora. Una volta è venuto anche Mottola, uno degli inviati più vicini a Ranucci». L’ex assessore è stato impallinato anche da alcuni quotidiani “manettari”. La caccia grossa era su Tosi, e Giorlo che aveva tanti amici calabresi era lo strumento.
BUCO NELL’ACQUA
A dicembre 2024, dicevamo, la procura di Verona, in accordo con quelle di Catanzaro e Crotone, ha archiviato il fascicolo. «Ho subìto un’ingiustizia enorme, nessuno mi ha mai chiesto scusa e in tanti mi hanno abbandonato. Non ho precedenti penali», continua l’ex capotreno oggi in pensione, «al massimo ho preso delle multe per divieto di sosta. Mi hanno passato ai raggi X per vedere chi frequentavo, cosa facevo, chi pagava le cene elettorali che pagavo sempre io, e questo elemento ha fatto saltare l’accusa di voto di scambio. Le dico solo che a Verona, da Padova, sono venuti 40 carabinieri del Ros, ma non ce l’ho con loro ovviamente, facevano il loro mestiere. Ce l’ho con Ranucci, col suo metodo, vuole solo colpire le persone per i suoi scopi». Dopo le dimissioni Giorlo non ha più avuto alcun incarico politico. Ha provato a mettersi in proprio con una sua lista civica, candidato a sindaco di Verona, ma senza risultati. «Come fai dopo accuse così? È quasi impossibile. Sa che Ranucci mi ha dedicato pure un paio di pagine nel suo libro? No, non quello in cui parla delle donne... Quello prima». Ranucci, difeso dallo stesso avvocato che aveva presentato l’esposto contro Giorlo, è poi stato assolto dall’accusa di diffamazione nei confronti di Tosi e dell’ex assessore. «Le dico quest’ultima cosa....». Dica. «Nelle carte c’era scritto anche che io andavo a New York per incontrare le famiglie calabresi americane legate alla mafia...».