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Le prediche di Mario Calabresi prima di candidarsi

di Enrico Paoli martedì 22 settembre 2026

3' di lettura

E sempre sia lodato (anzi, lodati). Perché se vuoi percorrere la strada che porta alla beatificazione laica, quella celebrata con le elezioni e le campagne elettorali, un santo, e un santino, in paradiso devi pur averlo. O, quantomeno, devi avere l’immaginetta da tenere fra i beati custoditi nel portafoglio (una volta stavano sul cruscotto della macchina, ma i tempi cambiano...). Le richieste di grazia, e la voglia di miracoli, invece non passano mai di moda. Quindi sempre siano lodati Sergio e Renzo (Mattarella e Piano, l’archistar), ai quali il giornalista e scrittore, Mario Calabresi, ufficialmente un altro auto candidato per fare il sindaco a Milano (venghino siore e siori, c’è posto per tutti a sinistra...) dedica tre pagine tre del suo ultimo libro (Le voci degli altri, edito da Mondadori e in libreria da ieri). Una dedica, quella dell’ex direttore di Stampa e Repubblica, che vira dalla captatio benevolentiae alla beatificazione tout court nel giro di poche righe.

In pratica Don Mario (Calabresi), come un parroco pronto a diventare vescovo, scodella un magistrale avvitamento linguistico, con doppio salto mortale. Roba rara, insomma. «Dentro la stanza è iniziato un dialogo molto informale», scrive Calabresi nel libro, narrando di un incontro, a Milano, fra il presidente della Repubblica e l’architetto dei due mondi, con cattedra al Politecnico, una delle università di punta del Paese, «e non preparato tra quei due uomini che, tra loro, si chiamano Sergio e Renzo. Non c’è una scaletta, non ci sono discorsi ufficiali, si va a braccio e l’ospite illustre comincia ascoltando e lo fa nel modo più significativo: tira fuori da una tasca interna della giacca una penna stilografica e inizia a prendere appunti». Li prendiamo anche noi, torneranno buoni in campagna elettorale, quando Mario avrà sciolto i nodi con il Pd e avrà trovato la quadra con Elly Schlein per la corsa del dopo Sala, ovvero le comunali di Milano. Invece il tocco d’organo: «A me il presidente ricorda Aldo Moro, alcune storie che ho letto sulla sua capacità di ascoltare gli studenti, di confrontarsi con loro». Mattarella come Santo protettore e Renzo Piano come nume tutelare.

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Ma l’ultima fatica letteraria di Calabresi, decisamente una tacca sotto rispetto alle precedenti per profondità e spessore, non è solo Sergio e Renzo, è anche Roggero e Davide, il gioielliere in carcere per aver sparato ai ladri che avevano assaltato la sua gioielleria, e il giovane studente aggredito brutalmente in una delle vie della movida milanese, che in tribunale ha abbracciato i suoi aggressori. Il sole e la luna, dunque. Ma il gioco della contrapposizione scelto da Calabresi non è solo contrapposizione, ma un modo più sottile per indicare chi siano i buoni e chi i cattivi, chi sta di qua e di là. Calabresi, di fatto, nel capitolo “Più uno” commina una pena accessoria al gioielliere, colpevole di non aver mai detto nulla ai familiari dei rapinatori uccisi. «La loro morte in mezzo alla strada», scrive Calabresi, «non ha alcun valore, il dolore dei figli di uno di loro (dei rapinatori, ndr) dei parenti e delle loro compagne non merita alcuna comprensione, nemmeno una parola».

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Roggero, insomma, si sarebbe dovuto occupare di loro, non della propria famiglia, violata e messa a rischio nel proprio negozio. Ma per rendere ancor più evidente il contrasto fra buoni e cattivi, fra chi sta di qua e di là, Calabresi contrappone a Roggero la storia di Davide, «un ragazzo di 22 anni, studente universitario di Milano, accoltellato alla schiena in una notte di autunno». Davide, dopo aver scritto un’accorata lettera, ha incontrato e abbracciato i suoi aggressori. Ecco, mettere a contrasto due sensibilità così distanti fra loro, due bagagli sentimentali frutto di viaggi diametralmente opposti, rende dal punto di vista letterario, saziando la pancia progressista, ma non rende giustizia alla verità. Per quella serve altro. A Don Mario serviva un breviario per la campagna elettorale. Con le voci degli altri “Ego te absolvo...".

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