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Silvio Berlusconi, l'eredità politica: non soltanto il bipolarismo

di Fausto Carioti martedì 13 giugno 2023

5' di lettura

La grande mancanza è quella di non aver mai fatto la rivoluzione liberale che aveva promesso. Il grande merito è aver impedito che si realizzasse la rivoluzione opposta, quella di chi predicava ancora più tasse e ancora più Stato. La gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto è oggetto di barzellette, ma se da decenni ne ridiamo è solo perché all’epoca ci fu chi la sconfisse e umiliò: pareva destinata a vittoria sicura. Silvio Berlusconi capì che c’era un’Italia terrorizzata da quella prospettiva, in attesa dell’uomo giusto, desideroso di darle voce e guidarla, anziché giudicarla moralmente inferiore come faceva la sinistra. «Prima di lui, dal Risorgimento a oggi», ha scritto lo storico Giovanni Orsina nel suo libro Il berlusconismo nella storia d’Italia, «nessun leader politico di primo piano, capace di vincere le elezioni e salire alla guida del governo, aveva mai osato dire in maniera così aperta, esplicita, sfrontata, impudente che gli italiani vanno benissimo così come sono».

A rileggerlo adesso, era già tutto lì, in quel messaggio del 26 gennaio 1994: «Ascoltateli parlare, guardate i loro telegiornali pagati dallo Stato, leggete la loro stampa. Non credono più in niente. Vorrebbero trasformare il Paese in una piazza urlante, che grida, che inveisce, che condanna. Per questo siamo costretti a contrapporci a loro. Perché noi crediamo nell’individuo, nella famiglia, nell’impresa, nella competizione, nello sviluppo, nell’efficienza, nel mercato libero e nella solidarietà, figlia della giustizia e della libertà». E dunque, mai come in quel momento l’Italia aveva «bisogno di persone con la testa sulle spalle e di esperienza consolidata, creative ed innovative, capaci di darle una mano, di far funzionare lo Stato».

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L’UOMO DELLA SPERANZA

Per vincere occorreva mettere insieme «tutte le forze che si richiamano ai princìpi fondamentali delle democrazie occidentali, a partire da quel mondo cattolico che ha generosamente contribuito all’ultimo cinquantennio della nostra storia unitaria». Quindi i democristiani, i socialisti, i liberali, i repubblicani e i socialdemocratici. Gli uomini del pentapartito che per mezzo secolo erano riusciti a tenere il Pci all’opposizione. Non tutti accettarono, molti scelsero di buttarsi dall’altra parte, ma l’obiettivo del Cavaliere non erano loro, bensì gli italiani che li avevano votati sino ad allora, dai quali ebbe la risposta giusta. A quella maggioranza silenziosa l’uomo col sole in tasca offrì una speranza, prima ancora che un progetto politico: l’esito del voto non era scritto, la vittoria era possibile. Un’immensa disponibilità di denaro, la proprietà di un impero mediatico e l’uso scientifico - per la prima volta in Italia e da allora imitato da tutti – della comunicazione televisiva, dei sondaggi e degli strumenti più moderni del marketing politico, fecero il resto.

Il bipolarismo, un pezzo dell’eredità che Berlusconi lascia ora all’Italia, nacque quel giorno: odi qua o di là, con lui o contro di lui. Non si parlerebbe di democrazia dell’alternanza, oggi, né di diritto degli elettori a scegliere chi governa e tantomeno di presidenzialismo, premierato e alchimie simili, se non ci fosse stato il pazzo di Arcore. Quel giorno fu rilanciata anche l’antipolitica di destra. Sempre Orsina ricorda che «il Cavaliere ha trovato un solido punto d’appoggio nel mito antipolitico della società civile che si è venuto facendo sempre più robusto e trasversale in Italia a partire dagli anni Ottanta». Il privato, il benessere e il profitto: perla sinistra dovevano essere puniti e tassati, per lui erano cose di cui andare fieri, che lo Stato doveva incoraggiare. L’hanno capita anche i suoi rivali più svegli e meno ideologizzati: il Matteo Renzi riformista che alle Europee del 2014, alla guida del Pd, prese il 41% dei voti, è figlio di Berlusconi almeno quanto Tony Blair è figlio di Margaret Thatcher. Se oggi in Italia una parte della sinistra può dirsi moderna, è perché Berlusconi aveva spiegato alla sinistra di allora, un ceffone elettorale dopo l’altro, cos’è la modernità.

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LA FOLLIA DELL’IMPRENDITORE

I suoi nemici raccontano che lo ha fatto perché «voleva salvare la Fininvest», ma mentono o non capiscono. Se l’obiettivo era quello, Berlusconi lo avrebbe potuto raggiungere nel modo più semplice: gli sarebbe bastato mettere le sue reti a disposizione della sinistra, passare da Bettino Craxi ad Achille Occhetto, come gli consigliavano molti dei suoi collaboratori più stretti: lui teneva i profitti, i post-comunisti e loro referenti occupavano l’informazione di Cologno Monzese. Non lo ha fatto perché la soluzione più facile non si confaceva ad un uomo con le sue ambizioni, all’idea che aveva di sé. Il politico può accettare compromessi (lui stesso ne ha sottoscritti tanti), ma l’imprenditore è spinto da una pulsione irrazionale. Berlusconi si compiaceva di questo lato del suo carattere, come scrisse nella sua prefazione all’Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam: «L’intuizione rivoluzionaria viene sempre percepita al suo manifestarsi come priva di buon senso, addirittura assurda. È solo in un secondo tempo che si afferma, viene riconosciuta, poi accettata e persino propugnata da chi prima l’avversava.

La vera genuina saggezza sta quindi non in un atteggiamento razionale, necessariamente conforme alle premesse e perciò sterile, ma nella lungimirante, visionaria “pazzia”». Concetto che ripeterà con parole diverse anni dopo, intervistato da Alan Friedman: «Possono farmi molte cose, ma non possono costringermi a dimettermi da me stesso». E se oggi in Italia c’è il pluralismo dell’informazione, o qualcosa che gli assomiglia, lo si deve proprio a questa sua follia. «Bigger than life», dicono gli inglesi di personaggi simili: più grandi della vita stessa, incontenibili. Sempre e comunque sopra le righe e sopra al prossimo, Berlusconi è stato anche infinitamente più grande della sua creatura politica, Forza Italia. Al punto da non scegliere mai un successore, se non per metterlo alla prova e vedere l’effetto che faceva, per poi bocciarlo. Antonio Tajani, che lo conosce bene, è ancora lì perché tutto questo lo ha capito e non ha fatto quel passo in avanti in più che avrebbe potuto bruciarlo.

E ora è facile dire che tra le grandi colpe del fondatore c’è quella di non lasciare un erede alla guida di Forza Italia. Ma è stato davvero un suo limite oppure crudo realismo, la consapevolezza che nessuno avrebbe potuto reggere il confronto? Berlusconi non ha scelto il nome di chi verrà dopo di lui, però ha indicato la via: mai con chi vuole espandere la spesa pubblica e il prelievo fiscale, difesa della libertà individuale e d’impresa, bipolarismo. Principi inconciliabili con le tentazioni neocentriste che alcuni del suo partito ancora coltivano. Parlare al cervello e alla pancia degli elettori moderati, che sono quelli che decidono le elezioni, prendere i loro voti e usarli contro una sinistra ancora intrisa di statalismo e animata dalla pretesa di raddrizzare il legno storto di cui sono fatti gli italiani: ridotto all’essenziale, è questo l’insegnamento politico che lascia Berlusconi. Il suo erede sarà colui (o colei) che riuscirà a farlo meglio. 

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