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Carola Rackete, per la Capitana pure il clima è sessista

di Lorenzo Mottola martedì 28 novembre 2023

2' di lettura

Sappiate che mentre state leggendo queste righe mancano 6 anni, 35 giorni e alcune ore alla fine del mondo. O almeno questo era il conteggio scattato dopo la celebre profezia di Greta Thunberg pronunciata 4 anni fa a Palazzo Madama. Un bel problema per tutti la fine del mondo, dirà qualche lettore poco informato. E invece non è così. Anche il riscaldamento climatico fa parte del patriarcato, è sessista, colpisce soprattutto donne e transessuali. Per non parlare dei palestinesi.

Come forse avrete intuito, la teoria sopra riportata non è espressione della redazione di Libero. La prima parte del ragionamento – quello sul sessismo – appartiene a Carola Rackete, nemica giurata di Matteo Salvini e delle navi della Guardia di Finanza. La capitana tedesca speronatrice di italiani è candidata con la Linke per le prossime elezioni europee e in questi giorni è stata in tour in Toscana. E in un’intervista a Repubblica ha spiegato che le donne sono più sensibili ai temi ambientali perché «sono molto più colpite dalle conseguenze dell’emergenza climatica rispetto agli uomini». Perché si squagliano? No, è più complesso: «La violenza domestica spesso aumenta dopo i disastri ambientali, così come il matrimonio infantile». Dopo gli uragani, gli uomini violenti diventano ancora più violenti. E comunque «le donne sono sovrarappresentate tra i poveri». E i poveri sono più esposti agli effetti del clima che cambia. Il che varrebbe anche per i maschi poveri, a dire il vero. Però pare che i maschi siano comunque meno sensibili.

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Lo stesso discorso vale per il problema dei transessuali. E qui tocca scomodare “Fridays for future”, che poi sarebbe l’associazione nata dall’esperienza di Greta. «I conflitti con la famiglia, violenze o minacce di violenza o abusi, spesso costringono le persone Lgbtqia+ a lasciare le proprie case e risiedere in alloggi inadeguati e meno resilienti a calamità naturali o aumenti della temperatura. Tutto questo può e deve cambiare». Sempre il solito nodo: girano pochi soldi. La soluzione?

«Desiderare la giustizia climatica significa superare il binarismo di genere, che giustifica molteplici discriminazioni e oppressioni, e riconoscerci anche noi parte della biodiversità». Se tutti accettassimo di essere meno binari (il senso è chiaro...) il riscaldamento climatico colpirebbe meno? È giallo.

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Terza teoria- forse è la più ardita - è quella rilanciata da Greta in persona: «Non c’è giustizia climatica in Palestina». Sempre il solito lettore disinformato dirà: ma cosa c’entra con Hamas l’inquinamento? A Gaza si inquina meno che a Tel Aviv? Spiega il portavoce italiano dei seguaci della Thunberg: «È vile dire che l’ambiente non deve entrare in collegamento con altre questioni. Non è vero che clima e guerra non c’entrano. L’ambiente è una questione politica. Non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale. La transizione ecologica ha una controparte: chi sta massacrando civili innocenti». Saremo anche vili, ma francamente non abbiamo capito.

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