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Luigi Di Maio processato dalla fronda M5s. Lo vogliono far fuori, Grillo non muove un dito

di Giulio Bucchi domenica 17 novembre 2019

3' di lettura

Come in ogni esercito in difficoltà, a un certo punto arriva il grido del generale che, assediato, inseguito da perdite continue, silenziosamente contestato, attacca i suoi. «Chi di fronte alle vittime di Venezia e al dramma dell' Ilva preferisce guardarsi gli affari suoi, conosce la strada. Il movimento non lo piangerà». Sono le parole durissime che Luigi Di Maio affida a un post, dopo giorni in cui si sono inseguiti retroscena (alimentati nel Movimento e smentiti) di una sua solitudine perfino tra i fedelissimi. Resoconti di gruppi parlamentari dove oramai è costantemente criticato, di ministri che si chiedono cosa abbia in mente, di altre leadership che, pian piano, emergono. Ma «Luigi», come dice uno che lo conosce bene, «è pugnace». Combatte. Soprattutto ora. Del resto lo ha dimostrato sempre. E allora, arriva la reazione. Ma contro chi? Di sicuro contro i dissidenti, quelli che su Ilva stanno mettendo in difficoltà maggioranza e governo. Ma non solo. I destinatari sono tanti. Molto più del pugno di eletti pugliesi. Leggi anche: "Il 54%". Masia, il sondaggio che demolisce in un colpo M5s e Pd Il M5S, scrive Di Maio, lavora «per cambiare il Paese» e «a testa bassa, non alimentando retroscena su qualche giornale compiacente». Lancia un' accusa molto pesante: c' è qualcuno, tra noi, che pensa a se stesso, più che al Movimento o al Paese. «Sapevamo bene che sarebbe potuto succedere che qualcuno di noi pensasse più ai suoi interessi». Dunque: «Chi è interessato a fare il gioco degli altri e del sistema può accomodarsi in un partito». l' ascesa di patuanelli Prima di queste parole la giornata si era aperta con il ministro Stefano Patuanelli, sempre più stimato nei gruppi pentastellati, che professava lealtà a Di Maio. «Non c' è alcuna spaccatura tra me e Luigi, che è e resta il capo politico del MoVimento 5 Stelle». Seguiva Francesco Silvestri, capogruppo vicario alla Camera (ancora non sono riusciti a eleggere un successore): «Anche oggi su alcuni organi di stampa si leggono le classiche fake news, confezionate ad arte per dividere il Movimento». E concludeva: «Di Maio non è in discussione». La batteria è continuata per tutto il giorno. Laura Castelli, viceministro all' Economia, vicinissima al ministro degli Esteri, puntava il dito contro «l' accanimento mediatico» di cui sarebbe vittima il capo politico. «Di Maio non si tocca», metteva in guardia Michele Gubitosa. «Il Movimento è monolitico e unito grazie alla guida autorevole di Luigi Di Maio», scriveva Laura Agea. Poi toccava a Francesco D' Uva, questore: «Luigi ha il nostro appoggio, tutto il resto sono chiacchiere». Insomma un cordone di sicurezza attorno al capo che finisce per confermare quello che del resto è sotto gli occhi di tutti: il progressivo indebolimento di Di Maio. Colpito, direbbe Matteo Renzi, dal fuoco amico. Ma debole non significa finito, avvertono nel Movimento. Per due ragioni. La prima è che, come dicono i suoi, «Luigi è combattivo e non mollerà mai». La seconda è la struttura stessa del Movimento che impedisce una contendibilità della leadership. Essendo il capo scelto dall' alto. L' unico che può rimuoverlo è il Garante. Per ora, però, Beppe Grillo non interviene. Perché toccare Di Maio, significa toccare il fragile equilibrio di un governo che proprio lui ha voluto più di tutti, anche contro il suo pupillo. cambiare lo statuto? Resta, però, il problema della tenuta dei gruppi, sempre più balcanizzati, divisi non in correnti, ma in gruppetti. E di un malcontento che soprattutto al Senato cresce. Circa quindici senatori stanno lavorando per modificare lo statuto e chiedere a Maio di scegliere tra il ruolo di capo politico e quello di ministro. Il documento potrebbe essere pronto già la prossima settimana. E si parla anche di altre possibili uscite, dopo Elena Fattori. Il prossimo potrebbe essere Ugo Grassi. Ma anche quelli che non ci pensano ad andare via, ripetono che la stagione dell'«uomo solo al comando» deve finire. Qualcuno esce allo scoperto. «Fa bene Di Maio», scrive Giorgio Trizzino, «a chiedere a chi si occupa dei propri interessi personali di accomodarsi in un altro partito e a ricordare che ben altri sono i problemi che sta affrontando l' Italia». Ma questa strada «deve valere sempre "sempre" e per "tutti"». E chiede il «ripensamento» della «organizzazione interna ai fini di rafforzare la partecipazione degli aderenti e rinnovare la fiducia degli 11 milioni di elettori che ci hanno votato».  di Elisa Calessi

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