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La "Repubblica" scopre il fallimento del comunismo

Per anni il quotidiano di Scalfari&Mauro ha sostenuto la falce e il martello in salsa: chic. Ora rinnega il passato in onore di Matteo
di Lucia Esposito domenica 5 gennaio 2014

4' di lettura

Sono stati più veloci di me, lo ammetto. Il 2014 era iniziato da pochi secondi e, ancora con la flûte in mano, invece di perdermi nel trenino mi sono lasciato andare a un pensiero molesto: «Oh no! Quest’anno si celebreranno i 25 anni dalla caduta del Muro di Berlino. Non ho ancora superato la noia del ventennale tra mattoni in effetto domino e Pink Floyd sempre più bolsi e a ottobre già si ricomincia».  Sono stato troppo ottimista, perché Repubblica non ha nemmeno aspettato l’autunno per ricordare le brecce, Rostropovic appollaiato sulle macerie e tutta la paccottiglia dell’89. E ha dedicato all’evento il primo numero del Venerdì. Eppure in questi giorni i temi importanti non mancano. A pagina 22 e 23 del quotidiano, per esempio, si sonda il grave problema delle feste di laurea che stanno diventando troppo frivole.  A sbalordire, però, non è tanto l’eccessivo anticipo con cui si ricorda la fine del comunismo, quanto l’approccio scelto, riassunto nel titolo «La grande illusione». Perché mi guardo intorno e vedo solo uomini con la pancia e donne con la cellulite? Eppure sono decenni che gli italiani fanno un continuo e pesante allenamento fisico a furia di saltare su e giù dai vari carri e carretti dei vincitori. Alle 19 del 25 aprile 1945 il Paese nessuno sapeva indicarti dove si trovasse piazza Venezia. Alle 21 del 17 febbraio 1992 nessuno aveva mai sentito parlare di quel signore con la X nel cognome. Alle 23 dell’8 dicembre 2013 a tirare per la giacchetta Matteo Conducator Renzi erano anche quelli che non avevano votato per lui. Hop, hop! Con 25 anni di ritardo, Repubblica, per decenni faro di un comunismo colto, librofilo, antitelevisivo, élitario e nannimorettiano, fischia il cambio di carrozza. Contrordine compagni. Anzi, contrordine e basta. Altrimenti di rischia di essere confusi con quei poveri illusi che hanno creduto nell’ideologia fallimentare brandizzata Falce & Martello. Inizia l’originalone Curzio Maltese che anticipa la fine del comunismo alla morte di Enrico Berlinguer, l’11 giugno 1984. Se non ce siamo accorti era perché noi stupidi eravamo occupati a ballare People from Ibiza di Sandy Marton mentre lui piangeva. Segue un’intervista a Gorbacëv in cui la cosa più rossa è il vino che l’ex segretario generale del Pcus ordina all’inizio del pranzo con l’intervistatrice, Fiammetta «Ociciornia» Cucurnia in Giulietto Chiesa. Dal pezzo Michail appare come un vecchio triste e solo, quale in fondo è, visto che tutti a casa sua hanno dimenticato che se adesso c’è Putin lo devono anche a lui.  Ma questo pare un trattamento di favore, se paragonato a quello riservato poco più in là ad Achille Occhetto. Si ripubblica le foto di un numero del Venerdì che nel 1988 fece scalpore e in cui Achille bacia la moglie Aureliana a Capalbio. Lei pare reggere con una mano il muro contro cui sono appoggiati, quasi una preveggenza degli imminenti crolli berlinesi. Ai tempi la foto uscì su doppia pagina e fece scalpore. Era il nuovo che avanzava, il bacetto sottolineava la giovinezza di chi spazzava via decenni di grigi burocrati manovrati da Mosca e senza alcun sentimento. Occhetto amava, era l’uomo del futuro, eletto segretario a giugno con solo tre voti contro. Sempre nel 1988, Repubblica titolò trionfalmente «Tutti con Occhetto», pronta a saltare sul suo carro, anzi sulla sua «gioiosa macchina da guerra». Nel 2014 il titolo dell’intervista a Occhetto racconta di «una macchina da guerra che non è mai uscita dal garage». Oggi al quotidiano fondato da Eugenio Scalfari i titolisti agitano i flabelli solo per Renzi, anch’egli salutato come giovanilista rinnovatore e fotografato mentre sbaciucchia la mogliettina. Matteo, attento! Tra pochi anni potrebbero toccare a te domande umilianti come quelle fatte ad Achille in questo numero del Venerdì:  si sente responsabile per quello che è diventata la sinistra? Perché sta in affitto? Come mai nel faccia a faccia con Berlusconi lei fece una figura barbina?  Fosse soltanto storia di casa nostra. Per il Venerdì in tutto il mondo il comunismo è un flop peggiore dell’ultimo cd di Madonna. Prendiamo la Spagna, fino a ieri regno di ogni libertà e uguaglianza, patria di Zapatero che faceva sognare Sabina Guzzanti, giardino delle delizie socialiste dove la vita era un continuo Erasmus raccontato dalla penna magica di Concita De Gregorio, in adorazione degli «indignados». Come se non fosse stata complice in questo spaccio di felicità tendenziosa, Repubblica oggi ci presenta con visioni da incubo il fallimento del paesino iberico in cui si era realizzato il socialismo anticapitalista esaltato da tanti nostri blogger barbuti.  Passiamo sull’altro lato del mondo. A Cuba, dopo anni di ateismo al ritmo di clave e rumba, tornano le suore cattoliche, come nella jovanottiana «grande chiefa che va da Che Guevara a Madre Terefa» E Chávez? Il mitico Chávez, le cui lotte contro gli Stati Uniti avevano entusiasmato quei nugoli di lettori di Repubblica che a ogni ponte volano a New York «perché alla Grande Mela non si rinuncia», oggi è ricordato così: «Quel che resta di Chávez». Il cattivo comunismo e la nazionalizzazione delle imprese voluta dal defunto eroe hanno reso il Venezuela un Paese allo stremo, «scaffali dei negozi vuoti, saccheggi autorizzati dal governo, burocrati che fanno affari». E poi il tocco giornalistico da maestro: «Scene di una economia in rosso. Profondo».  Insomma, se in tutti questi anni avete fischiettato l’Internazionale sfogliando ogni mattina Repubblica, avete buttato via fiato utile a farvi saltare sul carro del Conducator fiorentino, esaltato financo nell’oroscopo di pagina 99: «Capricorno. A Matteo Renzi non mancheranno le occasioni per mettere alla prova la sua indubbia capacità di attrarre l’attenzione, accrescendo il consenso di cui gode.» Hop, hop! Tommaso Labranca

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