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Franchi tiratori allo scoperto Già in 50 contro l’Italicum

di Ignazio Stagno domenica 9 marzo 2014

4' di lettura

La maggioranza perde i pezzi già alla prima prova: il percorso verso l’approvazione dell’Italicum è sempre più denso di pericoli e Matteo Renzi rischia di inciampare su una delle trappole piazzate dalla minoranza del suo partito. Dopo settimane di trattative, un accordo strappato in extremis - e malvolentieri - a Silvio Berlusconi, sono cominciate ieri le votazioni per l’Italicum. La proposta del premier partiva già dimezzata: la nuova legge elettorale sarà applicabile soltanto alla Camera dei deputati e non anche al Senato, come previsto inizialmente. «Sull’abolizione di Palazzo Madama mi gioco tutto», ha annunciato il premier. Ieri, però, Pd e Ncd sono già stati costretti ad accantonare altri due passaggi importanti della riforma, rimandandone il voto: la ridefinizione dei collegi e le misure per la parità di genere. Altre modifiche - anche sostanziali - potrebbero arrivare oggi o domani nel corso del voto in Aula per mano di franchi tiratori che già ieri, nel voto sui primi sei articoli esaminati, sono tornati sulla scena. Tre dei sei emendamenti già esaminati sono stati votati con scrutinio segreto: il primo, che prevedeva la cancellazione totale della legge, è stato respinto con 341 no. Già mezzora dopo, in un voto successivo, il numero dei contrari era sceso a 316. In entrambi i casi la maggioranza è stata di molto inferiore a quella preventivata: mancano almeno cinquanta deputati all’appello, visto che quelli favorevoli all’Italicum dovrebbero essere 394. L’unica rea-confessa è la forzista Michaela Biancofiore: «Voterò contro una norma iniqua che prevede per le sole regioni Trentino Alto Adige e Val d’Aosta l’applicazione di un’altra legge elettorale ovvero il Mattarellum». Seppur con una maggioranza “ristretta”, l’accordo tiene: è stato bocciato l’innalzamento delle soglia di sbarramento per accedere al premio di maggioranza dal 37% al 40% e al 50%, così come la reitroduzione dei collegi uninominali chiesta da Scelta civica. Sulla ridefinizione dei collegi e sulla parità di genere, per evitare di far saltare tutto, Pd, Fi e Ncd hanno preferito accantonare, prendere tempo. Ad avanzare la richiesta di rinvio per la delega al governo per ridisegnare i collegi è stato il relatore Francesco Paolo Sisto (Fi), che ha chiesto «necessari approfondimenti». Le nuove tabelle, in realtà, erano pronte, ma, evidentemente, necessitavano di modifiche. Il secondo accantonamento riguarda le misure proposte dalle deputate. L’Italicum prevede infatti che le donne candidate siano almeno la metà, ma non è in grado di garantire che ne vengano elette un numero proporzionato a quello delle elettrici. La proposta della quale si è rinviata la discussione prevede che nessun sesso abbia «più del 60%» dei posti da capolista e, di conseguenza, che almeno il 40% di essi siano donne. L’emendamento è stato predisposto da Roberta Agostini (Pd) e controfirmato dagli ex ministri delle Pari Opportunità di Forza Italia Mara Carfagna e Stefania Prestigiacomo, da Renata Polverini e Annagrazia Calabria. «Il Pd è da sempre impegnato sulla parità di genere», chiarisce Lorenzo Guerini, portavoce della segreteria Pd, lasciando intendere che la responsabilità dello stop sarebbe di Forza Italia. Gli “uomini” azzurri capitanati da Denis Verdini e da Renato Brunetta avrebbero in effetti posto il veto sull’iniziativa bipartisan delle colleghe e minacciato le “donne” di dire sì per ritorsione alla reintroduzione delle preferenze nel caso queste avessero votato - come minacciavano di fare - in dissenso col gruppo. Silvio Berlusconi in persona ha chiesto il rinvio del voto per il tempo necessario a trovare una sintesi. Il governo dovrebbe dare parere contrario a queste misure, ma le firmatarie (dei due schieramenti) non sono intenzionate a ritirare l’emendamento e sono pronte a votarlo comunque. Difficilmente, anche in caso di voto segreto, le parlamentari di tutti i partiti ce la potranno fare da sole: sono 197 in totale. Il percorso per l’approvazione finale dell’Italicum - che potrebbe slittare di qualche giorno, ma che il premier vuole assolutamente incassare venerdì - è lastricata di altri pericoli e la maggioranza potrebbe assottigliarsi ancora. La proposta di modifica più scivolosa resta la reintroduzione delle preferenze, obbiettivo di Ncd, minoranza Pd, e M5s e Fdi. Non solo. Il fedelissimo di Enrico Letta, Marco Meloni, non ha ritirato - come gli era stato chiesto dal gruppo - il suo emendamento che rende obbligatorie le primarie. Molti piddini considerano questa proposta - apparentemente innocua - il cavallo di Troia con il quale la minoranza Pd punta a far saltare l’accordo col Cavaliere. Se anche l’Italicum dovesse finire approvato, non è detto che diventi legge. Già il piddino Pippo Civati ha chiesto al Capo dello Stato di non promulgarla e ieri, ospite di un convegno di ex parlamentari a Montecitorio, il costituzionalista Gaetano Azzariti si è chiesto: «Siamo sicuri che Napolitano promulgherà questa legge?». Il leader dei Ppi, Mario Mauro, preannuncia un ricorso alla Corte costituzionale. di Paolo Emilio Russo

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