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Monti getta la mascheraVota a sinistraE con lui pure Ingroia

di Lucia Esposito domenica 20 gennaio 2013

4' di lettura

  di Marco Gorra  Insulti a Silvio Berlusconi, ammiccamenti a Pier Luigi Bersani, intestazione in solido ai partiti (segnatamente il Pdl) per quanto fatto poco o male negli ultimi dodici mesi, mirabolanti promesse economico-fiscali spesso e volentieri a spese dei propri provvedimenti, spottoni da politicante consumato. Ieri sera a Porta a porta Mario Monti ha gettato quel poco di maschera che aveva ancora indosso, alzando di parecchie tacche il livello dello scontro elettorale. Berlusconi, pertanto, diventa un «illusionista ringalluzzito» che parla con «disinvolta ineleganza», un «pifferaio magico» che «ha già illuso gli italiani tre volte» e ora «dovrebbe godersi la vita», che «non è credibile né creduto sul piano internazionale», che «ammicca all’evasore fiscale» ed è «responsabile dell’aumento delle tasse» oltre che del redditometro e dell’Imu. Con tanto di confessione: «Una volta mi sono fatto illudere anche io», ammette Monti spiegando di avere votato Forza Italia nel ’94. E a chi chiede conto delle polemiche pidielline sulle riforme che non danno effetti risponde sprezzante: «Lo sa anche un bambino da che dal momento in cui si dà la medicina a quando passa la malattia ci vuole del tempo». «Vuole tassarmi anche il piffero?», replicherà in serata il Cavaliere aggiungendo che la versione del Prof (uno che «non aveva nessun merito» per diventare senatore a vita e che si è rivelato «un bluff» con «zero credibilità») è né più né meno che «una mascalzonata». Tanto duri i toni usati contro Berlusconi quanto mielosi quelli riservati a Pier Luigi Bersani. Alla pesantissima accusa di avere truccato i conti dello Stato rivoltagli dal segretario del Pd il premier replica con un garbato «rassicuro Bersani che non c’è polvere sotto il tappeto». Poi, l’endorsement: «È verosimile che il prossimo premier sia Bersani» e dunque, quando ci sarà da ragionare sulle alleanze, «vedremo cosa avrà da dire Bersani» (il tutto «senza essere stampella di nessuno, ma pungolo per tutti»). L’unico piccolo sgambetto è riservato a Romano Prodi (guarda caso, un concorrente per il Colle), inserito nel calderone dei governi degli ultimi dieci anni, dove «prevalevano gli interessi delle strutture e degli apparati e non quelli dei cittadini». Una volta messo in chiaro chi sono i buoni e chi sono i cattivi, Monti passa ad elencare le priorità programmatiche della prossima legislatura. Che, per paradossale che sembri, consistono fondamentalmente nello sbaraccare quanto fatto da Monti stesso durante il proprio governo. A partire dall’Imu. «Voglio che venga ridotta», annuncia Monti, «ma senza fare giravolte come quelle che ho visto nel 2008 qui, in questo studio, da chi ha promesso di eliminare e poi è stato costretto a reintrodurre» l’imposta sugli immobili. Cioè da Berlusconi. Non pago di copiare le promesse berlusconiane sull’Imu, Monti fa altrettanto sul resto del comparto fiscale, promettendo di abbassare le tasse grazie alla spending review (che, ovviamente, «fino ad ora è stata bloccata dai partiti»), di abbassare di un punto l’Irpef (sempre «se non ci saranno ostacoli da parte dei partiti come è avvenuto, ad esempio, sulla riduzione delle Province») di «non pensare» alla patrimoniale (e pazienza se nella famosa agenda Monti c’è scritto il contrario) e di «valutare seriamente» l’idea di abolire il redditometro, del quale lui non ha colpe in quanto trattasi di «misura doverosa presa da chi ci ha preceduto, così come altre bombe ad orologeria messe sulla strada di questo governo». Spazio anche per le pensioni: purché i saldi restino invariati, Monti fa sapere di «non avere preclusioni» a mettere le mani nella riforma Fornero. Detto questo, si passa alla parte propriamente autoelogiativa. Che parte da un’autocertificazione di popolarità che nemmeno Silvio ai tempi belli: «La mia credibilità è all’89%», rivela Monti citando dei dati apparsi su un sito internet che si chiama “pagella politica”. Si prosegue poi con l’autopromozione pura e semplice: la manovra bis? «Dipende da chi governerà» (sottotesto: se toccherà a me e Bersani potete stare tranquilli). La Casta? «Se sarò premier nel primo consiglio dei ministri proporrò un disegno di legge di riforma costituzionale per ridurre il numero dei parlamentari». La legge contro la corruzione? «L’avrei voluta più robusta, ma il centrodestra non ha voluto». La candidatura per il Quirinale? Sarebbe la corsa verso una poltrona «bella e importante, ma non tanto rilevante per il destino dell’Italia». Il curriculum? «Il sottoscritto si trova in una situazione curiosa perchè non ha mai fatto parte di un partito ma è l’italiano che ha governato di più, 10 anni in Europa e un anno in Italia nella situazione più difficile». Il suo governo? «Mi hanno dato un piedistallo in cima al quale c’era la croce. Mi sono dovuto abituare alla derisione e allo scherno, alla presa di distanze dopo i primi mesi, ma per me è stata letteralmente una via crucis». A registrazione della puntata ultimata, gli chiedono se se la sentirebbe di accettare un confronto in televisione con gli altri candidati premier. Il Professore, che evidentemente è in giornata di grazia quanto a sicurezza di sé, si affretta a rispondere che sì, lui si sente «certamente» pronto al tele-dibattito. Chissà se ora Berlusconi cambierà idea sul confronto tv che va fatto sì, ma solo con Bersani.  

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