Il retroscena

Mario Draghi, chi sono i quattro ministri "zavorra". Campioni di incapacità, fanno tremare il governo

Alessandro Giuli

A sei mesi dall'insediamento del suo governo, Mario Draghi ha ricevuto pagelle con voti altissimi dall'establishment internazionale di cui è altolocata espressione, ma pure dai principali media nazionali - in Italia Draghi non si discute, si ama; un po' come la squadra del cuore. Ma lo stesso non si può dire di tutta la sua variopinta compagine di Palazzo Chigi. La cronaca delle ultime settimane ha messo in luce nel Consiglio dei ministri personalità in forte crescita e d'indiscutibile caratura come Vittorio Colao (Innovazione tecnologica e transizione digitale) e tuttavia anche mezze figure inadatte all'impresa o inspiegabilmente sbiadite. Si distingue un desolante quartetto di coda, una specie di staffetta 4X100 da medaglia di piombo: nemmeno sotto doping riuscirebbero a farcela. Due di loro sono di estrazione impolitica: Luciana Lamorgese (Interno) e Patrizio Bianchi (Istruzione); gli altri vengono dalle prime file dei rispettivi partiti: Andrea Orlando del Pd (Lavoro) e Stefano Patuanelli del Movimento Cinque stelle (Politiche agricole, alimentari e forestali).

 

 

Vediamoli da vicino. Lamorgese è chiaramente in uno stato confusionale. Dopo ventimila sbarchi di clandestini sei mesi, non è più in condizioni di negare l'emergenza migratoria e allora si rifugia in un benaltrismo da consumata scuola politicista, dirotta l'attenzione sui guai pandemici, imbraccia lo ius soli per sentirsi meno sola nella contesa personale con il predecessore Matteo Salvini che ha vita facile nell'inchiodarla alle sue responsabilità.

DECRETI SICUREZZA - Ha fatto coriandoli dei decreti sicurezza, non riesce a farsi ascoltare dall'Europa sui ricollocamenti volontari e peggio ancora sulla revisione del trattato di Dublino, sta amministrando la questione del green pass con rigidità improvvisate (tutto il controllo devoluto agli esercenti!) alternate a ritirate strategiche (come non detto: i documenti li controlla soltanto la polizia di Stato). Il suo nume tutelare stanziato sul Colle le aveva garantito la poltrona nel transito dal Conte bis al governo Draghi, ma nemmeno lui adesso può impedire il sostanziale commissariamento del Viminale.

Perché di questo si stratta, quando si parla d'una cabina di regia allargata agli Esteri (Luigi Di Maio), alla Difesa (Lorenzo Guerini) e ai Trasporti (Enrico Giovannini) che fa capo direttamente al premier. Reputazione ammaccata e sovranità limitata, dunque, per l'antisovranista Lamorgese. Sul ministro Bianchi nessuno ha ormai il coraggiodi spendere parole indulgenti, non foss' altro perché è un soggetto misterioso con la vitalità di un passacarte e la lungimiranza di un banco a rotelle. Fare peggio di Lucia Azzolina era difficile ma non impossibile, a lui non è riuscito nemmeno questo: semplicemente, non perviene. A pochi giorni dalle riaperture delle scuole, il suo non -piano per il rientro è una pagina bianca sulla quale i sindacati dei docenti schizzano i loro scarabocchi minacciosi e anti vaccinisti, i genitori degli alunni più piccoli fanno voti affinché qualcuno li salvi dal ritorno della didattica a distanza, dalla carenza di personale scolastico e dalle inevitabili classi pollaio controbilanciate dalla geniale idea di mantenere le finestre aperte per il ri cambio dell'aria (meglio la grandine autunnale dell'aerazione meccanica, ovvio), mentre gli studenti confidano nel caos per aggiudicarsi un altro anno col salvacondotto promozionale di fine stagione. Complimenti vivissimi al mini stro ferrarese, che in ogni caso pare un predestinato naturale a salire sul podio del primo rimpasto draghiano.

 

 

IN ARRIVO FIORONI - C'è già un candidato alla successione: l'ex ministro dell'Istruzione Giuseppe Fioroni, vecchia volpe dc, che invoca per le scuole un commissario sul modello del generale Figliuolo. Chissà. Gli fa concorrenza il serioso Patuanelli, che i grillini esibiscono come un volto mite e dialogante della loro banda. La flemma non gli manca, certo, semmai gli fa difetto la sveltezza. È un ministro del giorno dopo: lo si trova indaffaratissimo a inseguire gli incendi stagionali fuori controllo, tra Sicilia e Calabria e Sardegna, promettendo che il governo non abbandonerà gli agricoltori sfollati e anzi richiamerà le Regioni e i Comuni ai rispettivi doveri. Gli elettori e i militanti pentastellati gli rispondono puntualmente che lo preferirebbero impegnato nella prevenzione a capo di una Guardia forestale mai ripristinata nelle sue complete funzioni, piuttosto che con l'estintore in mano e lo scolapasta in testa; ma soprattutto non gli perdonano di non aver fatto stralciare i reati ambientali dalla "improcedibilità" sancita con la riforma Cartabia. Materia che Patuanelli sfugge con silenzioso garbo, lasciando la pratica nelle mani del ministro competente (Roberto Cingolani) e dell'elusivo neoleader Giuseppe Conte.

 

 

QUANTE GIRAVOLTE - Chiude la staffetta Orlando, e non è una buona notizia. L'ex Guardasigilli è un azionista di maggioranza del Partito democratico, ha una consolidata visione politica ma l'ha dissipata impiccandosi al tentativo velleitario di mettere in piedi un Conte ter liberandosi di Matteo Renzi. L'operazione ha prodotto il suicidio assistito della segreteria Zingaretti, Orlando è sopravvissuto con destrezza e tuttavia si è infilato in un ministero scomodissimo. Il Lavoro lo costringe a giravolte sensazionali: anche lui non sa che pesci prendere sul green pass aziendale, e vabbè. Ma più che altro, oggi, tra una crisi industriale e l'altra, tra un paletto anti delocalizzazioni e una polemica estemporanea, deve legittimare l'odiato reddito di cittadinanza mentre cerca di riscriverne i fondamentali con i tecnici di Draghi. Nel frattempo, di deroga in deroga sulla cassa integrazione, sta trasformando gli ammortizzatori sociali in una spaventosa macchina di sussidi pubblici: una Naspi perpetua, poco al di sopra della soglia di sopravvivenza, fino all'età pensionabile. Roba da far invidia alle utopie regressive di Beppe Grillo, con il suo allucinante reddito universale dalla culla alla tomba. E a proposito di sepolcri: l'allenatore ideale di questa 4x100 da retrocessione può essere soltanto uno: Roberto Speranza, ministro dell'Eutanasia. C'è bisogno di spiegare il perché?