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Marco Mancini, la spia anti-Putin rimossa da Conte: “Chi aveva arrestato prima di essere cacciato”

Andrea Morigi
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Sembra che si scoprano le carte, invece si nascondono. Perciò, nel gioco, non resta che sparigliare, come ha fatto ieri Marco Mancini, con trent'anni di esperienza nell'intelligence italiana durante i quali ha «potuto constatare il continuo aumento della presenza nel mondo di agenti prima sovietici (Kgb Gru) e poi russi (Fsb - Svr Gru)». In una dichiarazione all'Ansa rivela che «diverse operazioni di controspionaggio hanno fatto emergere la determinata spregiudicatezza degli agenti operativi di Mosca presenti sul nostro territorio nazionale. Ritengo che i servizi segreti russi in Italia e all'estero abbiamo costantemente mantenuto una capillare e continua attività di ricerca informativa attraverso "covert operation" dedicate, per raggiungere target stabiliti da Mosca. L'intelligence russa conduce queste operazioni anche per mezzo del reclutamento di fonti umane, scelte con particolare abilità».

 

 

LA TRAPPOLA
Peccato che la struttura che presiedeva al controspionaggio sia stata smantellata come ricordava Aldo Torchiaro sul Riformista di venerdì proprio dopo il successo dell'operazione che il 30 marzo 2021 aveva portato all'arresto dell'ufficiale della Marina Militare Walter Biot, accusato di aver passato documenti militari riservati a diplomatici di Vladimir Putin a Roma. Tanto da far emergere il sospetto di un'influenza politica del Cremlino sugli equilibri di governo e le dinamiche interne agli stessi servizi segreti italiani. Mancini, parlando all'Ansa, si riferisce anche alle vicende che nel luglio scorso hanno portato al suo pre-pensionamento da capo-reparto del Dis, cioè il Dipartimento Informazioni per la Sicurezza, l'autorità che coordina l'intelligence italiana. Report, il programma televisivo di Raitre condotto da Sigfrido Ranucci (uno che sostiene, vantandosi, di disporre di decine di migliaia di dossier), aveva messo in onda le immagini dell'incontro avvenuto in autogrill fra Mancini e il leader di Italia Viva Matteo Renzi nel dicembre 2020. «In quell'occasione, stavo facendo un semplice saluto prenatalizio a un senatore della Repubblica italiana», ricostruisce Mancini. Tuttavia, «a causa di tale operazione mediatica ho perso il posto di lavoro. Immagino con grande soddisfazione dei servizi segreti russi».

 

 

In realtà, ricorda ancora Torchiaro, quell'episodio s' intreccia con le visite in Italia dell'allora ministro della Giustizia degli Stati Uniti, William Barr, alla ricerca di notizie sul Russiagate che coinvolgeva il presidente americano, Donald Trump. L'Attorney General cercava informazioni sul maltese Joseph Mifsud, sospettato di aver fatto da tramite fra Trump e Putin. E le aveva chieste, secondo i media Usa, a uno stretto collaboratore dell'allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, cioè Gennaro Vecchione, direttore generale del Dis. Quest'ultimo, aveva riferito Mancini il 14 luglio al Copasir - il Comitato parlamentare di sorveglianza sui servizi segreti - conosceva anche in anticipo i video di Report ed era informato sulla loro programmazione prevista il 3 maggio 2021. «Penso che nelle sedi istituzionali deputate al controllo dei servizi si possa giungere a definire i reali contorni, le dinamiche e i contenuti della vicenda trattata dai media. Essere individuato, riconosciuto e mostrato in televisione senza che vi fosse una mia immagine pubblica dal 2005 è inquietante e sconcertante», commenta Mancini.

LA MINACCIA
Nel linguaggio delle spie, suona come un allarme, visto che a Mancini era stata tolta la scorta che gli era stata assegnata in seguito alle minacce di morte ricevute mentre era il capo dell'Aise (che si occupa della sicurezza esterna) in quel crocevia di spie che è Vienna. Se anche l'attuale presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi, domenica scorsa al Corriere della Sera confidava che, rispetto alla guerra in Ucraina, «dobbiamo riconoscere che nei mesi scorsi, prima e durante l'invasione, l'intelligence americana aveva le informazioni che si sono rivelate più accurate», qualche problema c'è. L'intelligence italiana conta su un organico di 5mila persone, e costa un miliardo di euro. Ma non si era accorta di niente.

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