Pistola fumante

Governo, quello che nessuno dice: chi è il vero colpevole della crisi

Giovanni Sallusti

Ha ragione il Coro unico dei giornaloni, degli editorialoni, degli espertoni: è grottesco che la barca italica, sbattuta tra i marosi della guerra e della crisi economica, risulti in balìa di un pugno di dilettanti, di sbandati, insomma del circo a Cinque Stelle montato dalla triade Conte-Casalino-Travaglio. È stato "irresponsabile" oltre il livello di guardia, degradare politica e istituzioni fino a questo punto, per utilizzare l'aggettivo oggi rilanciato a testate unificate. Con una sola, lievissima postilla: i primi colpevoli dell'edificante quadretto sono proprio coloro che il suddetto Coro decantava come i seri, gli istituzionali, i "responsabili" per eccellenza: lorsignori del Pd. I responsabili nella narrazione sono gli irresponsabili più ostinati nella realtà: sta in questo questo paradosso la chiave per spiegare la pazzotica crisi di governo.
 

 

 

PAROLA RIMANGIATA Essì, perché mentre la grancassa mediatica suonava in questi anni l'allarme per un ipotetico "populismo" delle destre, il Partito Democratico si dedicava indisturbato (anzi, non di rado applaudito) a sdoganare e ad alimentare l'unico vero populismo generico, sfascista, irresponsabile: quello grillino. A partire dal collasso del governo gialloverde dell'estate 2019, quando i dem allora guidati da Zingaretti si rimangiarono la parola in un oplà, e passarono dalla richiesta di elezioni alla ciambella di salvataggio lanciata al Movimento e all'Avvocato del Popolo, che ci mise un attimo a diventare Notaio dell'Establishment giallorosso. Senza quella giravolta, oggi Giuseppe Conte sarebbe rientrato a Volturara Appula, e non avrebbe innescato quel "drammatico avvitamento" del Paese con cui se la prende Enrico Letta su Twitter (senza indicare il nome di chi brandisce l'avvitatore).
Di lì a poco fu sempre il fratello di Montalbano a definire Giuseppi «un punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste».
È la premessa per quella strategia del "campo largo", un'operazione tutta endogena al Palazzo romano, non a caso sistematizzata da Goffredo Bettini e sostenuta da Massimo D'Alema, imperniata su un'alta missione valoriale: non far governare Salvini (o oggi Meloni). L'abbraccio tra gli eredi di Berlinguer e gli orfani di Casaleggio, tra la stratificazione ideologica del Pd e il cazzeggio liquido dei Cinque Stelle, diventa un'alleanza politica organica, con un corollario decisivo e sorprendente: ad esercitare l'egemonia culturale sono quelli che non provengono da nessuna cultura politica, i figli della piattaforma Rousseau.
 

 

COMPAGNI DI STRADA Tanto che quando Renzi apre la crisi dentro i giallorossi, tutti i quadri del Pd fanno girare sui social una grafica con impegno solenne: «Il Pd ha una sola parola ed esprime un nome come possibile guida di un nuovo governo del cambiamento. Quello di Giuseppe Conte». Poi, come è noto, la caccia ai Ciampolillo (altra apoteosi di populismo in azione) va male, e il Pd trangugia il calice Draghi. Che non ha voluto, ha subito, e anche qui c'è una delle ragioni della reiterata sponda ai compagni di strada "irresponsabili". Letta non solo non ha sbaraccato la strategia ubriaca, l'ha confermata e rivendicata, ancora nel commento alle recenti amministrative: «Il campo largo vince, alla fine pagano linearità e serietà». Linearità e serietà, riferite all'alleanza con questa banda di avventurieri che ora si trastulla con la crisi-non crisi, non vota la fiducia ma non ritira i ministri, mentre fuori il Paese brucia: sembra uno scherzo, è la linea del principale partito della sinistra italiana, è l'irresponsabilità assoluta dei "responsabili" farlocchi. Che del resto sono stati i primi a minare, fin dall'inizio, il governo di "unità nazionale" battezzato dal presidente Mattarella. I primi a proporre insistentemente temi identitari e divisivi (Ddl Zan, ius soli e ius scholae, perfino la cannabis cara alla sottovariante populista nota come Sardine), stressando la tenuta di un esecutivo anomalo nato esclusivamente per gestire l'emergenza anomala. Si sono trovati bene con gli sfasciacarrozze, perché gli sfasciacarrozze in capo, quelli col doppiopetto e la legittimazione internazionale, erano loro. Se poi gli allievi si sono fatto prendere la mano, e sono andati oltre i piani dei (cattivi) maestri, al Nazareno è inutile si affannino a cercar colpevoli. Basterebbe guardarsi, per una volta davvero responsabilmente, allo specchio.