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Messina Denaro? Da Borsellino a Beppe Alfano, la destra è anti-cosche

Alberto Busacca

«La mafia ama fare affari con chi sta al potere. Lo ha fatto con la destra e con la sinistra. Ma la predilezione per la destra è testimoniata da una infinità di atti e documenti». Così Roberto Saviano in un'intervista alla Stampa. La storia è un po' sempre la stessa. La sinistra finisce al centro di un caso di mazzette? "Sì, ma i più corrotti stanno a destra". C'è il governo Meloni e viene arrestato Messina Denaro? "Sì, ma di solito la destra favorisce i mafiosi". Insomma, i cattivi devono stare sempre dalla stessa parte... La teoria di Saviano (e dei progressisti in generale) è però smentita dai fatti. La destra, infatti, ha una solidissima tradizione antimafia di cui va giustamente orgogliosa. Un nome su tutti? Bé, in questo caso è impossibile non citare il giudice Paolo Borsellino. Che, ovviamente, è oggi patrimonio di tutto il Paese. Ma che veniva da una militanza (mai rinnegata) nei giovani del Msi. «Alcuni suoi veri amici», scriveva Giuseppe Ayala, «erano gli stessi che frequentava negli anni dell'università. Penso a Giuseppe Tricoli, il professore di storia col quale passò l'ultimo giorno della sua vita. O a Guido Lo Porto, il deputato del Msi. Queste amicizie forti di Paolo mi hanno fatto riflettere sull'assurda criminalizzazione dei missini...».

 

 


Ma non c'è soltanto il magistrato simbolo della lotta alla mafia. Dalla militanza nel Movimento sociale veniva anche Beppe Alfano, il giornalista ucciso da Cosa Nostra l'8 gennaio 1993, qualche mese prima dell'inizio della latitanza di Matteo Messina Denaro. E poi Angelo Nicosia, deputato missino, componente della Commissione parlamentare antimafia dal 1963 al 1976, ferito in un attentato, a Palermo, nel 1970. E l'avvocato Enzo Fragalà, ex deputato di An, ucciso a bastonate nel 2010 sotto il suo studio, sempre a Palermo, punito dai mafiosi perché spingeva i suoi clienti a collaborare con la giustizia. Non solo. Lasciando la Sicilia va ricordata la storia di Vincenzo Scuteri, detto "'u camerata", carpentiere missino ucciso dalla 'ndrangheta nel 1971 perché diceva pubblicamente «io il ferro dai mafiosi non lo voglio comprare». E quella dell'avvocato Dino Gassani, dirigente della Fiamma, ucciso dalla camorra nel 1981 perché difendeva un pentito e, nonostante le pressioni, non aveva accettato di rinunciare all'incarico.

 

 


Infine a Roma, in Parlamento. Dove il missino Beppe Niccolai ha fatto una relazione alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia definita «una cosa seria» da Leonardo Sciascia. E dove, nel 1992, poco prima della strage di via D'Amelio, il Msi ha candidato Borsellino alla presidenza della Repubblica. «La storia della destra italiana è una storia di antimafia», dice a Libero Alessandro Amorese, capogruppo di Fdi in commissione Cultura alla Camera. Con la sua casa editrice, Eclettica, Amorese ha pubblicato un libro di Fabio Granata dal titolo chiaro: "Meglio un giorno. La destra antimafia e la bandiera di Paolo Borsellino". «A destra», prosegue, «non ci sono professionisti dell'antimafia ma persone che hanno fatto delle scelte di campo precise e le hanno pagate, spesso anche con la vita. E oggi l'impegno è ancora più forte, tanto che tra i primi provvedimenti che abbiamo votato c'è proprio l'ergastolo ostativo...».