Pier Luigi Bersani, che mi riesce dannatamente simpatico anche quando non mi trovo d’accordo con lui, con o senza le metafore che produce o replica nei salotti televisivi, fra mucche nei corridoi e nelle stanze del Pd, tacchini sui tetti, bambole da pettinare e giaguari da smacchiare sugli scogli come se fossero pinguini pluricolorati, si è appena guadagnato l’ironia del nostro Massimo Costa per la gara che ha aperto, in una intervista a Repubblica, su come chiamare l’aspirazione all’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni. Non certamente “campo largo” perché troppo “campestre”, per quanto in linea col richiamo alla natura agreste della quercia al posto della falce e martello, o dell’ulivo di Romano Prodi dal raccolto sempre magro, e dal sapore un po’ acido, data la durata abitudinariamente breve dei governi del professore, lesto a vincere su Berlusconi ma anche a cadere in Parlamento con inutili sfide ai numeri delle sue maggioranze.
Ma più che sulla scommessa sul nuovo nome da dare, ripeto, all’ambizioso progetto dell’alternativa, mi ha colpito del penultimo Bersani-mettendone nel conto un altro, forse prima ancora della pubblicazione di questo articolo - la scommessa che ha fatto sulla “generosità” di amici e compagni per venire a capo anche del problema della leadership antimeloniana. Che è oggi contesa almeno fra la segretaria del Pd Elly Schlein e il presidente del movimento 5 Stelle Giuseppe Conte. Alla voce generosità corrisponde nel dizionario di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli “nobiltà d’animo che comporta il sacrificio dell’interesse o della soddisfazione personale di fronte al bene altrui”. Non quindi di fronte al bene generale, ma più semplicemente, banalmente “altrui”, cioè di un altro.
Se non proprio al binomio volgare di “sangue e merda” evocato a suo tempo dall’allora ministro socialista Rino Formica per rappresentarla, la politica va quando meno abbinata quanto meno ad un pranzo per niente di gala. È lotta di forza e astuzia, generalmente senza sconti e senza gratitudine, che rimane «il sentimento del giorno prima», come lo chiamò Enrico De Nicola. Figuriamoci quindi se si può scommettere, come vorrebbe Bersani, sulla generosità. Che è qualcosa di privato, di intimo, non di pubblico o di politico.
Anche Alcide Gasperi, di cui si ricorda sempre la rinuncia storica a usare da solo il grandissimo patrimonio elettorale della Dc nel 1948 preferendo governare con gli alleati di centro, non fu certo mosso dalla generosità. Piuttosto dalla lungimiranza, che coniugava e coniuga generosità e convenienza. Applicata poi al centrosinistra, con e senza trattino, alla “solidarietà nazionale” costata ad Aldo Moro persino la vita nel 1978, e alla stagione del pentapartito, estesa ai librali e troncata dal sostanziale ghigliottinamento giudiziario della cosiddetta prima Repubblica.
Stento francamente a immaginare, nonostante la bonomia di Bersani e le sue metafore ad una soluzione caritatevole dei problemi che angustiano il campo largo, o come altro finirà per essere chiamato seguendo gli auspici dell’ex segretario del Pd. Che a suo tempo, spiazzato dall’irruzione della comicità nella politica col successo delle 5 stelle grilline, si inventò da presidente del Consiglio incaricato - o “pre-incaricato”, come precisò il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano passando ad un altro - il progetto di un governo di “minoranza e combattimento”. I grillini gli risero praticamente in faccia. Napolitano invece divenne ancora più calvo, pur rimanendo amico di Bersani. E Bersani, credo, amico suo ed ex compagno.