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Nel Pd di Elly Schlein spariscono le donne: la foto che imbarazza i dem

di Pietro Senaldi venerdì 9 gennaio 2026

4' di lettura

Notate qualcosa di particolare? Se lo scatto immortalasse una rimpatriata di vecchi compagni di classe di un collegio maschile, non ci sarebbe nulla di strano. Invece è l’immagine presa apposta per testimoniare alla storia la prima riunione dei capi dei vari gruppi regionali del Consiglio della Campania, sotto la guida del governatore grillino, Roberto Fico, e del suo vice, il piddino Mario Casillo. Cherchez la femme, direbbero i francesi; ma la donna non c’è, ed è questo lo scandalo. Sono tutti uomini, quattordici guaglioni, alla faccia delle quote rosa e della rappresentanza di genere.

La sinistra sarà pure divisa, ma sotto il Vesuvio, l’antico adagio “A mugliera ‘a casa lassa e nun te preoccupa’” (che tradotto significa che l’uomo è il capofamiglia e la donna deve restare relegata alle faccende domestiche), riunisce tutti; e anzi, apre spiragli di dialogo anche con l’opposizione. Scelta pratica, visto che sempre i vecchi da queste parti insegnano che “chi tene femmena, nun dorme”, quindi meglio non affidarle ruoli di comando.

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Non vogliamo essere di parte e quindi diciamo subito che anche le forze del centrodestra hanno indicato uomini alla guida dei gruppi consigliari, però si tratta di quattro partiti, mentre gli altri sono otto, compreso il Misto. Per di più sono maschi anche il presidente dell’Assemblea- e che maschio, nientemeno che Massimiliano Manfredi, il fratello del sindaco di Napoli -, naturalmente pure lui del Pd e i suoi due vice. Insomma, è anche una questione di numero di poltrone pardon, incarichi- a disposizione. Ed è qui che i dem fanno la solita figura di quelli che predicano bene ma razzolano malissimo. Tre assessori in giunta e presidenza del Consiglio Regionale: quattro incarichi, più naturalmente il capo del gruppo, e nessuna donna. Pure il segretario regionale del partito è masculo, Piero figlio d’arte De Luca. La leader e le sue vestali non fanno che rimproverare a Giorgia Meloni di essere una donna che non aiuta le donne e governa con logiche maschili; poi però, alla prova dei fatti, vigliacche che tirassero fuori una compagna di genere che possa magari oscurarle.

Niente di cui stupirsi, il maschilismo è qualcosa con cui il Pd non ha mai davvero fatto i conti. Si dirà, ma come, se il capo è una donna... Sì, ma l’hanno scelta gli altri, perché le primarie riservate ai tesserati avevano indicato Stefano Bonaccini alla segreteria. La storia è antica, ma anche molto recente. Quando i dem licenziarono Giuseppe Conte da Palazzo Chigi per sostituirlo con Mario Draghi, si distinsero per essere la sola forza a non indicare ministri donna nella squadra del nuovo governo. Qualcuno si ricorda poi di Valentina Cuppi, la sindaca di Marzabotto? Quand’era segretario, Nicola Zingaretti la usò come foglia di fico per mettere a tacere le accuse di sessismo ai dem e la impose come presidente partigiana. Enrico Letta nel 2022, benché lei fosse ancora in carica, neppure la candidò e quando Schlein arrivò al Nazareno, la signora dovette lasciare il posto.

Insomma, nel campo largo, giallo-verde-arancione-arcobaleno e rosso, il Pd presidia la parte color rubino, ma per quella rosa meglio rivolgersi altrove. E così ha fatto la giunta Fico: su dieci assessori, conta quattro donne, ma nessuna dem. Delle tre poltrone di assessore, due erano oggettivamente già assegnate: una a Mario Casillo, gran portatore divoti, l’altra al sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo, di fatto i nuovi cacicchi dopo il tramonto di Vincenzo De Luca. Sulla terza poltrona però, che peraltro nel gioco dei contrappesi interni toccava proprio a lei indicare, Elly poteva insediare una donna. I nomi, tra parlamentari ed ex, figure d’area e tecniche, c’erano, da Teresa Armato a Valeria Valente, da Mariella Iorio a Daniela Nugnes, da Anna Petrone a Caterina Miraglia: alla fine però la segretaria ha optato per Andrea Morniroli, operatore del sociale riferibile alla sua setta movimentista, che peraltro arriva da Ivrea, ma giurano che a Napoli c’azzecchi proprio.

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Per far valere le ragioni delle donne il campo largo campano ha così dovuto affidarsi a tre uomini e un’accoppiata: Clemente Mastella, Matteo Renzi, Angelo Bonelli e il duo Fico-Conte, con il terzo incomodo Manfredi a tirare le fila. Mastella ha calato da Benevento il suo assessore comunale al Bilancio, Maria Carmela Serluca, piazzata all’Agricoltura. L’ex rottamatore ha riciclato al Lavoro la ex parlamentare Angelica Saggese, tra i tanti caduti di Italia Viva e politica ormai disoccupata. Bonelli si è liberato di Fiorella Zabatta, figura sempre più imbarazzante, visto che sulla carta era la portavoce dei Verdi in quota rosa, ma per un motivo o per l’altro stava sempre zitta e parlava solo il portavoce uomo. Alla signora vanno lo Sport, la Pesca, gli Animali e frattaglie. L’avvocato del popolo e il rivoluzionariodi Posillipo hanno invece indicato Claudia Pecoraro: prende l’Ambiente ma senza deleghe su Territorio e Acque, andate a uno del Pd, che è un po’ come giocare a calcio senza pallone. “A mugliera è na pecora e’ casa”: la moglie deve essere docile e obbediente, come una pecora domestica, recita il motto napoletano più sessista. La composizione della giunta campana lo ricorda molto, visto il peso degli incarichi: agli uomini i cordoni della borsa e gli assessori di peso, alle donne, incarichi di terza fila.

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